di Cesare Sacchetti Molti hanno ancora di lui un’idea distorta, quella di un uomo al servizio del...
L’insabbiamento della verità storica su Falcone e Borsellino e i mandanti delle stragi del’92
di Cesare Sacchetti
All’Addaura, uno splendido tratto di costa di Palermo, ci sono molti ricordi del passato, e soprattutto diversi misteri della repubblica di Cassibile.
Era una calda giornata di giugno del 1989, quando il giudice Giovanni Falcone si preparava a ricevere due illustri ospiti quali i giudici svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann, giunti in Sicilia nell’ambito di una inchiesta per risalire ai veri piani superiori del fenomeno mafioso, quelli che sboccavano nelle quiete vallate svizzere dove finiscono gli enormi profitti delle attività criminali della mafia.
In Svizzera, c’era e c’è uno di quei piani, quello che riguarda insospettabili banchieri in doppiopetto dall’aria tranquilla che dietro alla rispettabile facciata di uomini d’affari nascondono in realtà il volto di coloro che gestiscono e riciclano la liquidità dei più grandi trafficanti di droga del pianeta.
I veri padroni della mafia
Se si leggono le pagine del libro Dope Inc, scritto da Lyndon Larouche, fondatore dell’Executive Intelligence Review, si compie un viaggio.
Un viaggio nel cuore del traffico di droga internazionale, dove alla fine si scopre che sono gli uomini della “grande” finanza, i proprietari di banche come JP Morgan, Goldman, Barclays, e altri gruppi legati alla ubiqua famiglia Rothschild, a gestire un flusso di denaro pari almeno a 600 miliardi di dollari all’anno.
Falcone aveva già raggiunto tale consapevolezza anni prima, agli inizi delle sue inchieste mafiose, quando comprese che la mafia era molto di più che un semplice fenomeno locale, legato al pizzo e alle altre estorsioni.
La mafia era ed è un compartimento di un sistema molto più grande, la cui sovrastruttura raggiunge al piano superiore la massoneria, superata a sua volta dai piani segreti della libera muratoria, quelle superlogge come l’Alta Vendita o il Rito Palladiano, dove c’erano massoni di altissimo grado come Albert Pike o i soliti esponenti della famiglia Rothschild.
Il giudice Falcone aveva preso una luce e aveva iniziato a puntarla sulla mafia, ma si rese ben presto conto che c’erano molte zone d’ombra intorno ai clan che non potevano essere toccate senza passare da una radicale rivoluzione che avrebbe scosso le fondamenta della repubblica di Cassibile, fondata dagli angloamericani e dai massoni.
Il pentito Tommaso Buscetta diede al magistrato siciliano solo le informazioni che riguardavano il piano inferiore, quello al quale lui stesso apparteneva, senza ovviamente chiamare in causa i veri burattinai della mafia.

Tommaso Buscetta
Solo anni dopo, il pentito siciliano iniziò a parlare per chiamare in causa l’ex presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, assieme ad un altro concerto di pentiti che era rimasto rigorosamente in silenzio negli anni di Falcone fino a quando il giudice non venne ucciso a Capaci.
Buscetta disse che ebbe una “crisi di coscienza”, un moto profondo del suo animo criminale che lo spinse a rivelare le “verità” sui veri padroni della mafia, quando in realtà aveva agito con ogni probabilità su impulso dei suoi mandanti, ovvero quei servizi di intelligence americani che lo gestivano fin dagli anni’70.
All’Addaura, Falcone capisce che aveva toccato proprio il piano più delicato della mafia, quello strettamente legato alla CIA, al Mossad, o meglio la struttura stessa dell’anglosfera che gestiva il traffico di droga internazionale.
Il giudice siciliano aveva solo un mese prima del fallito attentato richiamato la preoccupata attenzione del presidente degli Stati Uniti, George H. Bush, membro della potente società segreta della prestigiosa università Yale, Skulls & Bones, ed ex vicedirettore della CIA che organizzò in prima persona il traffico di droga negli Stati Uniti negli anni’60.
L’intelligence angloamericana era la centrale del traffico di stupefacenti che assolveva principalmente a due funzioni.
La prima era quella di garantire il finanziamento delle attività in nero, le cosiddette black-ops dell’agenzia, mentre la seconda aveva uno scopo più prettamente culturale o forse si dovrebbe dire spirituale.
La droga è senza dubbio un potente mezzo per anestetizzare le masse, renderle schiave di una sostanza che fa precipitare il suo consumatore in un vortice nichilista che alla fine finisce inevitabilmente per distruggere chi ne resta vittima.
Tra gli anni’70 e ‘80 esplode così l’epidemia di eroina, una droga che si produce attraverso l’oppio nel Sud-Est asiatico, la zona nella quale Bush organizza la sua importazione verso gli Stati Uniti.

George H.Bush
La guerra della magistratura contro Falcone
Il giudice Falcone si rese già conto all’epoca che era stato isolato.
C’era in corso una vera e propria guerra contro di lui, sia da parte di questa potentissima struttura internazionale, sia da parte dei suoi fedeli alleati in Italia.
A manifestare solidarietà al magistrato erano coloro che oggi la stampa vuole far passare come “nemici” di Falcone.
C’è in corso attualmente un vero e proprio capovolgimento della verità, una tecnica tipica dell’apparato di disinformazione del partito comunista italiano, che oggi ha assunto altre forme e altre maschere, ma sotto le quali si può ancora trovare in fondo la stessa pelle.
Negli organi di stampa si leggono, ad esempio, le parole del fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, che afferma che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non deve intestarsi l’eredità del magistrato ucciso il 19 luglio del 1992.
In linea di principio, si potrebbe essere anche d’accordo, ma la domanda che si deve porre a Borsellino e agli altri famigliari delle vittime della mafia che sostengono la sua narrazione, è chi mai è degno di avere la titolarità di quella eredità?
Salvatore Borsellino è notoriamente associato all’ANPI, la controversa associazione dei partigiani, e ha sempre dato il suo sostegno a formazioni politiche di estrazione progressista, quale il M5S oppure il partito di Luigi De Magistris.
Sono i partiti che nulla hanno mai detto sulla reale natura del fenomeno mafioso e sul terzo livello sul quale indagavano i giudici Falcone e Borsellino.
Salvatore afferma che suo fratello sarebbe stato ucciso per una inchiesta legata agli appalti della mafia, una presunta pista nella quale, a suo dire, ci sarebbero coinvolti anche elementi del terrorismo nero, che nel 1992 nemmeno esistevano più.
Sul terrorismo rosso e nero ci sarebbe da fare un approfondimento a parte, ma è sufficiente dire qui che entrambe le fazioni erano già pesantemente infiltrate negli anni’70, tanto che i rispettivi leader delle BR e dei NAR, Mario Moretti e Giusva Fioravanti, sceglievano come base per le loro operazioni lo stesso famigerato condominio di via Gradoli, base dei servizi segreti italiani, dove venne scoperto, o meglio fatto scoprire, il covo delle BR.
Ogni strada della Prima Repubblica, come si vede, porta a via Gradoli, ma tale evidenza non sembra interessare il fratello di Paolo Borsellino.
Appurato che il fenomeno mafioso non è un qualcosa che ha a che vedere con delle marginali dinamiche locali, ma che è, per sua natura, sovranazionale e massonico, ci si deve chiedere, di conseguenza chi erano i veri amici e nemici di Falcone e Borsellino negli ultimi anni della loro vita.
Giovanni Falcone era stato sottoposto in pratica ad una fatwa dai suoi colleghi.
Il CSM, l’organismo di “autogoverno” della magistratura, sottoposto a pesanti infiltrazioni massoniche, gli sbarrò non una, ma due volte la strada verso quelle posizioni che lo avrebbero quanto meno messo nelle condizioni di ampliare la portata delle sue indagini.
Nel 1988, c’è il primo grande rifiuto.
L’intera opinione pubblica si aspetta che sia Falcone a ricevere la posizione di capo della procura di Palermo dopo le dimissioni del giudice Caponnetto, ma i suoi “colleghi” gli preferirono il procuratore Antonino Meli che si adoperò subito per affossare le attività del pool antimafia istituito dallo stesso Falcone.

Falcone e il colpo gobbo del CSM
Nel 1989, dopo l’attentato dell’Addaura, il magistrato della procura di Palermo era letteralmente detestato dai suoi colleghi.
Falcone aveva ai loro occhi una grande “colpa”.
Il giudice non concepiva la magistratura come un corpo al di sopra dello Stato.
Falcone affermava che ogni magistrato è chiamato a rispondere alla legge perché altrimenti il giudice si metterebbe al di sopra delle leggi e dello Stato stesso, e chi oggi dando uno sguardo ai togati, potrebbe affermare in cuor suo che la magistratura non versi in tali condizioni?
La costituzione del’48 scritta da diversi membri della massoneria, e sotto la dettatura degli angloamericani, ha di fatto partorito un mostro fatto di togati che insabbiano ogni potenziale inchiesta scomoda per il potere che gestisce la mafia, e mandano non di rado alla sbarra innocenti accusati falsamente di delitti da loro non commessi.
La stessa storia giudiziaria della repubblica di Cassibile è una prova vivente di tali dinamiche.
In essa, si trova un’interminabile scia di processi di tale tipo, da quelli sul mostro di Firenze a quelli proprio sulle stragi del’92 che mai hanno voluto battere le piste battute da Falcone e Borsellino.
Le inchieste insabbiate sui mandanti delle stragi del’92
Il fratello di Paolo afferma che il governo Meloni starebbe smontando le riforme volute dai due giudici pur di depotenziare la magistratura, ma mai Salvatore ha detto una parola sul fatto che la magistratura ha insabbiato la verità sulla morte di suo fratello e del suo fraterno amico Giovanni.
Nel momento stesso in cui i giudici della procura di Roma hanno preso le carte da loro consegnategli dalle autorità russe che rivelavano quale inchiesta stesse veramente conducendo Falcone, non hanno fatto il passo successivo, ovvero rinviare a giudizio gli indagati di quell’indagine, ma hanno, convenientemente, archiviato tutto.
Giovanni Falcone non stava infatti indagando su nessuna pista nera o su una qualche fumosa indagine di appalti, inchieste, tra l’altro, ordinarie ai tempi della sua attività investigativa a Palermo, ma aveva aperto invece una delicatissima indagine sul riciclaggio dei fondi neri del Partito Comunista Italiano, che aveva ricevuto nel corso di quarant’anni, come detto in precedenza, 985 miliardi di finanziamenti illeciti dall’ex Unione Sovietica.
Dopo che la magistratura aveva isolato Giovanni Falcone, gli unici suoi amici non erano certo tra i maggiorenti del PCI, alleati con la magistratura che impallinava il giudice siciliano, ma nel PSI e nella DC.
All’indomani dell’attentato dell’Addaura, uno dei primi a scrivere un’accorata lettera al magistrato siciliano è Bettino Craxi, l’ex presidente del Consiglio che invitava Falcone a guardarsi molto bene le spalle.

La lettera di Craxi a Falcone
Un altro stimatore di Falcone era Giulio Andreotti.
Nel corso degli anni come magistrato a Palermo, a Roma venivano approvate su iniziativa della DC di Andreotti una serie di durissime leggi antimafia che diedero dei tremendi colpi alle cosche.
Nell’ambito del rovesciamento della verità citato in precedenza, viene fatto credere che il PCI sia stato il partito antimafia, quando questi votava contro quelle leggi e si schierava con quei togati che calunniavano Giovanni Falcone.
Ad offrire una via d’uscita al magistrato isolato fu proprio il governo di Giulio Andreotti che decise di nominarlo direttore generale degli affari penali del suo esecutivo.
L’inchiesta di Falcone e Mani Pulite
Nel gennaio del 1992, inizia l’ultimo anno della Prima Repubblica.
A Washington avevano già deciso che quella classe politica andava accompagnata sull’uscio della storia per lasciare al suo posto una classe dirigente compiacente, completamente rimessa alla mercé dell’anglosfera, la quale aveva già scelto l’ex PCI come nuovo vincitore di quella transizione.
L’URSS, finanziata dalla finanza ebraica di New York, era a quel punto già superata.
La logica della contrapposizione controllata tra i due blocchi era ormai inutile agli scopi della governance mondiale, e il compito di avviare la demolizione controllata del blocco comunista venne affidato alla quinta colonna del gruppo Bilderberg, Mikhail Gorbachev.
A Mosca, qualcuno intanto era preoccupato.
Era in corso un vastissimo saccheggio delle risorse dello Stato, superiore anche a quello già enorme del Britannia officiato da Mario Draghi, e l’ambasciatore russo dell’epoca in Italia, Anatolij Adamishin, chiese aiuto al presidente della Repubblica, Cossiga, perché il terminale di questa spoliazione di massa era proprio l’Italia.
Cossiga chiamò così in causa Giulio Andreotti, che fece quello che secondo i suoi detrattori e calunniatori in teoria non avrebbe dovuto fare.

Francesco Cossiga e Giulio Andreotti
Decise a sua volta di chiamare Giovanni Falcone che iniziò una collaborazione investigativa inedita con il giudice russo, Valentin Stepankov, per risalire ai beneficiari della ruberia internazionale.
Per la prima volta dal crollo del muro di Berlino, Roma e Mosca si parlavano e inauguravano un nuovo capitolo delle loro relazioni internazionali.
Il filone investigativo di Mosca non poteva non raggiungere l’Italia.
Ogni rublo che lasciava le casse moscovite finiva nelle casse delle cooperative rosse, che riciclavano questo denaro assieme alla mafia.
L’ex PCI, divenuto nuovo PDS, era uno di quei beneficiari di quei finanziamenti in nero.
Il denaro veniva gestito da Botteghe Oscure, che aveva un ruolo decisivo in quella che si poteva considerare una delle più vaste operazioni di riciclaggio internazionale della storia d’Italia.
La strage di Capaci uccide Falcone e la sua pericolosa inchiesta
Il giudice Falcone era arrivato ad un passo dalla verità.
Avrebbe dovuto recarsi a Mosca i primi di giugno per leggere quelle carte che incriminavano i dirigenti del PCI, ma non fece in tempo.
Venne ucciso assieme a sua moglie, Francesca Morvillo, e alla sua scorta il 23 maggio del 1992 sull’autostrada di Capaci, fatta esplodere attraverso un esplosivo di fabbricazione militare angloamericana.
500 chili di tritolo, RDX e nitrato d’ammonio trasportati sull’autostrada, posti con ogni probabilità in più giorni di lavoro da diversi operai e da dei capisquadra, esperti in esplosivi militari, senza che la polizia stradale stranamente notasse una serie di intensi movimenti anomali su quel tratto autostradale.

La strage di Capaci
Un poliziotto della stradale che vide uno strano viavai e un finto cantiere in realtà c’era, ed era Giovan Battista De Mari, ma fece un improvviso dietrofront dopo aver parlato con uno dei suoi superiori, che non risulta essere stato chiamato in causa durante le indagini sulla strage.
Capaci è stato chiaramente qualcosa di molto più grande di un mafioso nascosto in una cascina.
Ci sono sull’attentato le impronte della NATO, di apparati di alto livello che agirono per coprire la verità sin dai primi istanti.
Sono quelle menti raffinatissime delle quali parlava proprio Falcone dopo essere scampato all’attentato dell’Addaura.
Sono quelle che sapevano che la sua inchiesta avrebbe fatto saltare i piani di quel terzo livello che aveva deciso che il giudice doveva morire altrimenti sarebbero saltati tutti i piani dell’anglosfera per l’Italia.
Se l’inchiesta sui fondi neri di Falcone fosse arrivata fino in fondo, avrebbe di fatto annullato o mandato a monte le dinamiche di Mani Pulite che chirurgicamente asportava dalla Prima Repubblica ogni singolo partito, senza toccare però ovviamente il PDS.
Il PDS era intoccabile.
Nessuno doveva turbare gli equilibri già scritti prima della stagione delle bombe.
Falcone perciò era un uomo troppo scomodo, un fedele funzionario dello Stato troppo ingombrante per quell’apparato che proprio pochi mesi prima di morire lo aveva rifiutato per la seconda volta, dopo avergli negato la poltrona di procuratore nazionale antimafia che gli sarebbe pienamente spettata.
Borsellino era senza dubbio il suo grande erede designato.

Paolo Borsellino
Era l’uomo che aveva ancora i poteri requirenti dei quali era sprovvisto Giovanni Falcone, visto che lui era ancora un magistrato effettivamente in servizio.
“Ho capito tutto”, ripeteva Paolo, prima di seguire la stessa sorte del suo amico Giovanni, e quel tutto non aveva certo a che fare con appalti e fantomatiche piste nere.
Aveva a che fare ancora con le menti raffinatissime dell’Addaura.
Aveva a che fare con i poteri atlantici e massonici che si premurarono di depistare anche le indagini sulla morte di Paolo Borsellino, tramite il contributo del magistrato iscritto ad una loggia riservata, Giovanni Tinebra, l’uomo che ricevette quasi certamente la famosa agenda rossa del magistrato ucciso a Via Amelio.
Sono questi i mandanti delle stragi del’92.
Sono quelli che oggi si intestano l’eredità di Falcone e che ieri invece lo sottoponevano ad una infame campagna di fango.
I mandanti delle morti di Falcone e Borsellino sono i vincitori della Seconda Repubblica.
La storia però prima o poi presenta sempre il suo conto.
La seconda repubblica costruita sul fango e sulle bugie sta implodendo perché non esiste più la protezione dell’impero americano.
La fine di questa bugia porterà al trionfo della verità.
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Grande Sacchetti!! Come al Solito!! Lei all’inizio menziona un libro assurdo, straordinario, del grande Larouche che cerco da tempo immemore!! Che lei sappa in italiano si trova da qualche parte? Salutissimi
Salve Giovanni, ti ringrazio. In italiano, non credo, ma puoi provare a tradurlo con deepl.
Buonasera Giovanni si intitola ” Droga SPA ” e lo trova a prezzo non esattamente popolare su eBay
Molto interessante.
Riflettevo sul fatto che determinati personaggi, pur portando avabti un’agenda satanista – per la quale dovrebbero essere pronti anche a pagare di tasca propria, cercano innanzitutto proprio il profitto (eppure di soldi ne hanno tanti), dopodiché viene il progetto eversivo, come se non potessero fare a meno dei soldi, una sorta di imperativo mirake (della loro morale capovolta). Quindi i progetti si portano avanti o col denaro delle vittime (vedi USAID) oppure guadagnandoci palate di denaro (vedi il traffico di droga che uccide i giovani soprattutto bianchi e cristiani ma riempie anche le tasche degli organizzatori “alti” di questi traffici).
Ottimo articolo!
Grazie Claudia.
Grazie Dott. Sacchetti per l’ ottimo articolo d’ indagine ” fuori dal coro ” nauseabondo dei corifei del ” buonismo”.
Danny Casolaro con le sue perniciose inchieste giornalistiche che lo portarono sulla scia della gigantesca piovra internazionale del traffico di droga , armi e flussi di danaro illecito a danno di Regan , Bush e dei Clinton trovò epilogo in un omicidio osceno ( sgozzato e dissanguato in una camera d’ albergo : avrebbe dovuto incontrare una gola profonda della CIA ) . Personalmente, ho smesso di dare seguito alla ” propaganda ” da romanzo criminale dei parenti di Falcone e Borsellino. Non ultima la figlia del compianto giudice Borsellino che in uno dei suoi innumerevoli tour patrocinati da tutto l’ arco ” arcobalenico ” politico ed associazionistico italiano , incalzata da una mia esplicita domanda ; ossia se ritenesse il crimine di suo padre paragonabile ad una ” Strage di Stato” come per Piazza Fontana e la Stazione di Bologna; non solo tentò di glissare , ma ritenne l’ argomento neanche minimamente ipotizzabile. Il suo articolo mi ha riportato alla memoria le similitudini che Elio Petrini volle portare all’ attenzione di un pubblico ai tempi più erudito e consapevole ( sono gli anni ’70 del secolo scorso )con i suoi capolavori ” TODO MODO” e ” Indagine su un cittadino al di sopra d’ ogni sospetto” .
Grazie Gaetano, non sapevo di questa uscita della figlia di Borsellino. È desolante vedere come praticamente nessun famigliare porti avanti la battaglia per la verità sulle stragi del’92.
La ringrazio personalmente, caro signor Sacchetti, e a nome di molti italiani di buona volontà: la ringrazio per il suo fondamentale contributo allo svelamento delle verità finora ben occultate e inconfessabili della pseudo-repubblica mafioso-massonica uscita dalla truffa di Cassibile. Grande testimonianza di coraggio civile e di professionismo giornalistico, il suo; ne abbiamo bisogno come di un elemento vitale, in questo sventurato Paese corrotto e violentato dalla putredine dei traditori dello stato e del popolo italiano.
Grazie di cuore, caro Rodolfo.
Brillante e convincente ricostruzione. Ma perche’ ne’ Falcone ne’ Borsellino l’hanno mai detto?! Perche’ sono rimasti sempre sul vago usando termini come “menti raffinatissime” e nn hanno mai detto i nomi dei mandanti? Anche Borsellino che alla casa professa disse che aveva capito tutto xche’ nn lo disse pubblicamente?
Salve Giacs, Falcone non aveva praticamente appoggi nella magistratura e gli fecero subito la guerra dal primo istante. Parlare così esplicitamente di tali poteri avrebbe richiesto coperture molto pesanti che praticamente nessuno poteva dargli, nemmeno i politici che lo stimavano come Andreotti e Craxi.
Grandi complimenti a Cesare Sacchetti, i suoi non sono solo semplici articoli di lettura così tanto per leggere ma sano approfondimento condito da tutto quello che riconduce e deve ricondurre sempre alla verità.
So per certo che tante cose (per non dire quasi tutte) non sono andate come ci hanno sempre detto ed adesso sappiamo che è proprio così.
Io non voglio commentare l’articolo in questione nel senso che è così giusto che non c’è molto da dire ma ti ringrazio, leggere sempre cose scottanti vere per quanto mi riguarda mi fa molto piacere motivo per cui sempre ti seguirò sui tanti casi della nostro belpaese e anche oltre i confini se proprio vogliamo.
Grazie a te, Groovy. Se vuoi parlare di qualcuno di tali casi, puoi raggiungermi nella sezione contatti. Un saluto e a presto.