di Cesare Sacchetti Se n’era parlato due settimane fa, il 22 febbraio, a pochi giorni dal...
Il mostro di Firenze, il mistero delle indagini di Emanuele Petri e i collezionisti di feticci umani
di Cesare Sacchetti
Un bagliore nella notte, uno sparo, e poi puntuale la solita macabra procedura.
Il mostro di Firenze, il maniaco che ha terrorizzato per anni i giovani fiorentini e che aveva l’abitudine di attaccare le coppie che si appartavano nelle incantevoli campagne nei dintorni di Firenze alla ricerca di un po’ di intimità.
Ci sono molti misteri che soggiacciono sotto questa vicenda, molti fili che attendono di essere annodati, e che, ultimamente, grazie al paziente lavoro di ricercatori che hanno seguito tale catena di delitti, iniziano ad assumere una logica più lineare.
Le sentenze contro i compagni di merende non hanno infatti consegnato alcuna verità, se non alcuni suoi pezzi confusi tra la ridda di depistaggi e di menzogne sui quali l’intero impianto accusatorio della procura di Firenze era costruito.
Si ricorda il volto squadrato sui quali erano posati degli occhiali da vista con delle grandi lenti scure del poliziotto Ruggero Perugini, che con la sua voce cadenzata si rivolgeva al mostro, il contadino Pietro Pacciani nella sua ottica, per “sedurlo”, fargli credere che quell’agente di Polizia voleva mettere fine “all’incubo del passato” che lo angosciava.

Ruggero Perugini
Sul banco degli imputati finisce inevitabilmente proprio lui, il contadino di Mercatale dal passato violento, già condannato per l’omicidio passionale di un suo rivale in amore, e che ha proseguito la sua storia di abusi e violenze famigliari sui quali gli inquirenti fiorentini hanno allestito il loro processo, in mancanza di una qualsiasi solida prova che ricollegasse Pacciani ai delitti del mostro.
I compagni di merende sono una delle pagine più grottesche e tragiche di questa vicenda, poiché i vari rozzi e stolti protagonisti di questa compagnia di giro erano lontani anni luce dall’avere le capacità che il mostro, o i mostri, come si vedrà meglio in seguito, avevano.

Pietro Pacciani
Pacciani, Vanni, Lotti e Pucci, erano tutt’al più parte del giro di guardoni che si riunivano nelle notti d’estate fiorentine per andare a caccia di coppiette e praticare la loro passione voyeuritistica, ma non erano i diretti autori e architetti di una serie di efferati omicidi che, come già visto in un altro contributo, mostravano una pluralità di competenze e abilità dei quali i quattro uomini erano totalmente sprovvisti.
Il mostro aveva prima di tutto e senza dubbio una grande abilità di tiro.
Aveva la capacità di non perdere mai la calma, di centrare i fari delle auto delle vittime che avevano provato ad allontanarsi, e che, stranamente, non si mettevano mai in allarme quando vedevano l’uomo, o gli uomini, avvicinarsi alla loro vettura.
Il mostro e le telefonate minatorie
Secondo l’avvocato Nino Filastò, storico difensore di Vanni e autore del saggio “Storia delle merende infami”, l’assassino era con ogni probabilità un poliziotto, o comunque un uomo dell’apparato dell’intelligence, se si considera il fatto che i vari protagonisti, vittime e testimoni, ricevevano telefonate da soggetti anonimi che avevano delle informazioni su di loro che soltanto qualcuno all’interno dei servizi poteva avere.
Le riceveva, ad esempio, Lorenzo Allegranti, l’infermiere che aveva soccorso i poveri Paolo Mainardi e Antonella Migliorini, uccisi dal mostro il 19 giugno del 1982 a Baccaiano, dopo che Mainardi era riuscito a mettere in moto la vettura, prima che questa finisse nella cunetta posteriore, e su come la 127 del giovane sia finita lì ci sono ricostruzioni contrastanti.
Sta di fatto che il mostro quella fatidica notte non riesce a portare a termine il suo “lavoro”, il suo marchio di fabbrica che consiste nella escissione del pube della donna, impossibile da praticare in quelle circostanze, vista l’esposizione dell’auto sulla strada adiacente.

Il luogo dell’agguato contro i due giovani a Baccaiano nel 1982
Una volta che l’assassino si allontana dalla scena, giungono sul posto dei giovani che chiamano i soccorsi, che arrivano dall’ospedale di Empoli.
Mainardi al momento dei soccorsi è ancora vivo.
Viene portato all’ospedale, e Allegranti riceve presso la sua abitazione, a breve distanza dai fatti, una telefonata da parte di un uomo che afferma di lavorare per la procura e che gli chiede informazioni su quello che aveva detto il povero ragazzo, ancora non morto al momento dei soccorsi.
C’era dall’altra parte del filo qualcuno che non era della procura di Firenze, ma che sapeva già chi aveva soccorso i malcapitati ragazzi e chi era ancora in vita.
Lo stesso soggetto, o gli stessi soggetti, sapeva anche dove si sarebbe recato in vacanza Allegranti due anni dopo, nell’estate del 1984, quando lo chiamò in un ristorante di Rimini, e lo minacciò di morte in relazione sempre ai fatti dell’estate del 1982 a Baccaiano.
C’erano dei personaggi quindi che sapevano tutto dei testimoni del mostro di Firenze, dei loro spostamenti, dei luoghi da loro frequentati, ed è questo probabilmente l’elemento che dimostra in maniera pressoché incontrovertibile che la tesi del maniaco solitario è un depistaggio, una vulgata che è stata messa in circolo da una certa criminologia infetta di apparato che voleva e vuole coprire ambienti molto più potenti.
Si sono ravvisate le stesse dinamiche nel caso di un altro mostro, quello di Milwaukee, Jeffrey Dahmer, che presenta delle parziali similitudini sia nella raccolta dei feticci umani, sia nelle protezioni in alto che hanno consentito al cannibale del Wisconsin di operare per lungo tempo, quasi certamente aiutato da altri anche durante gli atti omicidi e cannibalistici.
Il mostro non era un lupo solitario, e l’identikit del principale esecutore sembra essere quello con ogni probabilità quello di Joe Bevilacqua, uomo delle forze armate americane, capo della cellula di Gladio in Toscana, e che viveva a pochi passi dai luoghi dei delitti.

Joe Bevilacqua
Bevilacqua sembra presentare gli stessi caratteri psicopatici di Dahmer, e il fatto che i due siano entrambi il risultato di un addestramento, o meglio di una programmazione, da parte delle forze armate americane è elemento da non trascurare, forse uno dei più importanti per comprendere davvero da dove nascono molti di questi assassini seriali.
Non dei pazzi solitari, ma degli uomini che vengono torturati e programmati attraverso le tecniche di controllo mentale dei programmi MK Ultra e Monarch della CIA, concepite per creare delle fabbriche di schiavi mentali, da adibire a vari usi, dai sicari, agli assassini seriali fino agli schiavi sessuali.
Se Joe Bevilacqua è stato il mostro di Firenze, è del tutto evidente però che si è mosso un apparato per proteggere le sue azioni e per assisterlo a fare ciò che faceva, assicurandosi che i vari testimoni tenessero la bocca chiusa, e chi non lo faceva, andava incontro alla morte, come si può vedere dalla lunghissima lista di morti collaterali legate a questi casi.
La perizia delle escissioni e il medico Narducci
Il mostro però evidentemente aveva delle abilità non solo militari, e di tiro, ma anche mediche se si guarda all’escissione del pube di alcune delle sue vittime, tra le quali Carmela De Nuccio, che, a detta del professor Maurri, autore della perizia, è stata fatta con grande maestria, da mano chirurgica.
Su tale punto si sono adoperati non poco i depistatori che hanno cercato di sminuire tale abilità definendola invece opera di un macellaio, forse vero per un altro delitto, a dimostrazione che la mano che aveva eseguito l’escissione del pube di Carmela non era la stessa che aveva eseguito le altre escissioni.
C’era stata forse una “scuola”, per così dire, come suggerisce il dottor Carlo Palego su questa pratica da parte di chi aveva la sapienza chirurgica necessaria per eseguire tale operazione, un medico quasi certamente, e un profilo che suggerisce il ruolo attivo del famigerato medico iscritto alla massoneria del Grande Oriente d’Italia, Francesco Maria Narducci.

Francesco Narducci
Il nome di Narducci uscirà fuori soltanto molti anni dopo la fine dei duplici omicidi fiorentini, nei primi anni 2000, quando il magistrato perugino, Giuliano Mignini, apre un altro filone delle indagini sul mostro di Firenze, quello perugino, decisivo per collegare i vari fili che hanno tirato questa catena di delitti.
Mignini inizia ad indagare dopo che una estetista di Perugia, Dorotea Falso, inizia a ricevere tra il 2000 e il 2001 una serie di telefonate anonime minatorie.
L’interlocutore, o gli interlocutori, minacciano la Falso e le dicono che le faranno fare la fine di Pacciani e di Narducci, ufficialmente morto annegato l’8 ottobre del 1985 sul lago Trasimeno.
Sulla morte di Pacciani ci sono diverse ombre perché il contadino ha assunto un farmaco che non avrebbe dovuto assumere, e già su tale circostanza venne fatta al’epoca dei fatti, nel 1998, una perizia che sembrava corroborare l’ipotesi dell’omicidio volontario per mettere a tacere l’uomo, che probabilmente sapeva chi era il vero mostro e i suoi protettori.
Su Narducci allora nessuno sospettava nulla però.
Nessuno fino al momento delle telefonate ricevute dalla Falso aveva soltanto ipotizzato che il medico massone fosse stato ucciso, fino a quando il magistrato Mignini non ordinò la riesumazione del corpo per scoprire che l’uomo non era annegato affatto, ma che in realtà era stato strangolato.
C’è inoltre di più in tale delitto irrisolto.
C’è una macabra farsa che è appunto quella che rimanda all’ottobre del 1985 quando sul molo del lago Trasimeno venne adagiato un corpo di una persona che non era chiaramente quello di Narducci, vista la notevole differenza di statura, 162 cm quello del lago, 182 cm quello del dottore, e soltanto i massimi livelli della magistratura e delle forze dell’ordine potevano avere la facoltà di inscenare la falsa morte del dottore, ucciso o altrove nello stesso periodo oppure più avanti, probabilmente per metterlo a tacere.
Le indagini di Emanuele Petri
La chiave forse della morte di Narducci sta in una della varie piste del mostro di Firenze che è quella che porta al poliziotto Emanuele Petri.
Petri era un agente in servizio presso la questura di Arezzo.

Emanuele Petri
Secondo la testimonianza rilasciata nell’ottobre del 2004 da un suo amico e confidente, Enzo Ticchioni, Petri gli aveva riferito il 7 ottobre del 1985, che il giorno precedente, il 6 ottobre, era sulle tracce di Francesco Narducci, da tempo oggetto di indagini da parte del poliziotto perugino che aveva scoperto apparentemente che nella casa fiorentina del medico di Perugia c’erano i feticci umani delle donne uccise dal mostro.
Petri avrebbe detto nel corso di questa conversazione che lui e alcuni suoi colleghi avevano preparato un posto di blocco per fermare Narducci che faceva ritorno da Firenze nei pressi di una strada vecchia tra Arezzo e Cortona, ma il massone del GOI era riuscito a sfuggire al fermo, deviando nei pressi di un paesino lì vicino, Terontola.
Ufficialmente, Petri non stava conducendo nessuna indagine, eppure Ticchioni non è l’unico ad affermare che il poliziotto era sulle tracce dei mandanti del mostro di Firenze.
Un anno dopo, nell’ottobre del 2005, depone la signora Mariella Ciulli, moglie del farmacista Francesco Calamandrei, che afferma che Emanuele, chiamato Lele, due anni prima, nel 2003, aveva mostrato a lei e alla figlia la foto di Narducci sulla cui morte stava indagando, e informando la donna che suo marito aveva una stretta frequentazione con il chirurgo che in realtà non era annegato affatto, come visto, ma era stato ucciso.
Sono almeno quindi due le testimonianze che concordano sul fatto che Petri stesse indagando su Narducci e sulla setta del mostro che aveva insanguinato la Toscana per anni.
Una indagine però non ufficiale, non iscritta a ruolo, e condotta forse da una parte dei servizi che voleva vederci chiaro su quella scia di macabri delitti.
Si spiegherebbe così la tempistica sulla falsa morte del lago Trasimeno.
Petri riferisce a Ticchioni che il 6 ottobre ha luogo un inseguimento di Narducci che riesce a scampare per un pelo al poliziotto e ad altri suoi colleghi che lo stavano assistendo in quella inchiesta.
L’8 ottobre, appena due giorni dopo, va in scena la farsa del lago attraverso l’annuncio per annegamento del medico massone che era stato ucciso quasi certamente altrove, e forse in un secondo momento, per depistare il poliziotto, per indurlo a credere che ormai la sua inchiesta era arrivata ad un binario morto, perché l’escissore, il custode dei feticci umani usati probabilmente in riti satanici, era ormai uscito di scena.

Gli inquirenti portano via il corpo di un altro uomo, spacciato per Narducci, l’8 ottobre del 1985
Petri però non si sarebbe fermato al 1985.
Secondo le parole della signora Ciulli, avrebbe continuato a indagare anche nel 2003, poco prima della sua morte, avvenuta nel corso di un controllo dei documenti sul treno Roma – Firenze per mano delle nuove Brigate Rosse, gruppi di terroristi che avrebbero raccolto l’eredità delle vecchie, già pesantemente infiltrate dai servizi negli anni’70.
Il collegamento tra l’omicidio di Petri e la sua inchiesta sul mostro nemmeno è stato ipotizzato.
Si è parlato di una “fatalità”, nonostante la Lioce avesse manifestato chiaramente l’intenzione di uccidere gli uomini che l’avevano fermata, e nonostante uno strano suicidio di un collega in servizio quel giorno con Emanuele, Bruno Fortunato, toltosi la vita nel 2010 senza nessuna apparente ragione.
Chi è stato dunque veramente Emanuele Petri e per conto di chi portava avanti la sua inchiesta?
Il Forteto: il crocevia della setta del mostro di Firenze
Si può dire certamente che era un uomo che aveva una grande conoscenza dei delitti del mostro e dei protagonisti coinvolti nel caso, tra i quali c’è l’amico di Narducci, il farmacista Calamandrei.
Nel 1998, la procura di Perugia dispone una perquisizione nell’appartamento dell’uomo.
Vengono rinvenuti materiali molto interessanti e legati al mondo esoterico, tra i quali una rivista chiamata Diva Satanica, dal contenuto chiaramente di carattere occulto, e con diverse immagini a fumetti di torture.
Sembra dunque che Calamandrei avesse un certo gusto per il sadico, ma oltre a tale materiale, gli appunti del farmacista rivelano molto altro.
Nei suoi quaderni, il farmacista scriveva “Comunità “Il Forteto” parlare con Fiesoli – Vicchio”.
Riaffiora dunque ancora una volta il Forteto, il luogo degli orrori e degli abusi pedofili che si sono consumati per molti anni attraverso una complicità della politica, che andava in pellegrinaggio presso tale lager, e della magistratura, che nonostante le condanne definitive di Fiesoli per abusi continuava a dare in affido i bambini alla sua comunità.

Rodolfo Fiesoli
Il segreto del Forteto era apparentemente quello di Pulcinella.
In Toscana, tutti sapevano cosa accadeva lì, e le segnalazioni su questo luogo di abusi e violenze erano molteplici.
C’è il famoso memoriale dell’informatore dei Carabinieri, Domenico Rizzuto, che aveva descritto come tale comunità fosse uno dei centri pedofili più importanti d’Italia e frequentati da personaggi di “altissimo profilo”, ma c’è anche la testimonianza di Giovanni Biscotti, perfettamente coincidente con quella di Rizzuto.
Biscotti in una sua lettera del 1 ottobre 2001 scriveva queste parole riguardo al Forteto.
“Io vi scrivo questa lettera per informarvi di certi fatti. Dove per rimorso di coscienza vi do degli indizi che vi chiedo di cercare accuratamente in segreto io o scoperto dove si pratica riti di una setta di sacrifici di sesso” che anno a che fare con il Mostro di Firenze. Vi dico un nome Rodolfo Fiesoli condannato nel 85 per sodomia pedofilia plagio e violenza sessuale; inoltre uno suo complice Luigi Goffred, (Goffredi ndr), omosessuali riconosciuto e Sari Sauro dove sono arrivati a penetrare degli animali davanti a bambini e la cooperativa il forteto di Vicchio il Muggello Sono coperti da medici chirurgo e magistrati affidano bambini a questi malati sessuali cercate lì e troverete le prove; vi prego vi dico la verità trovare un’avvocatessa Elena Zazzeri che copre questi criminali. Non troverete nulla sulla loro fedina perché anno fatto sparire tutto ma ci sono li condanni sono dal Muggello nel 1976 questi criminali provenienti tutti da prato con affetto fatte giustizia e subito.”
L’informatore aveva detto la verità.
Fiesoli aveva quelle condanne, e riusciva, nonostante queste, a ricevere i bambini che il tribunale dei Minori di Firenze gli mandava senza sosta, senza che ovviamente il CSM o la politica avessero nulla da ridire.
C’è poi un altro elemento che porta ancora una volta al Forteto.
La cabina telefonica presso le quali erano partite delle chiamate eseguite con numeri inesistenti a Dorotea Falso era la stessa dalla quale a stretto giro di posta partirono delle chiamate presso la comunità di Fiesoli.
Ogni strada sembra quindi portare inevitabilmente a tale comunità.
Sembra impossibile comprendere la verità sul mostro di Firenze senza comprendere il Forteto, il crocevia decisivo di questa vicenda nel quale si intrecciano protezioni massoniche, politiche e giudiziarie che spiegano così i costanti pellegrinaggi presso questo luogo di violenze e abusi pedofili.
Il mostro è a questo punto soltanto l’ultimo anello di una catena.
Una catena della quale fanno parte gli anelli della massoneria che ha in mano le istituzioni di questo Paese e degli apparati atlantici che si sono serviti di tali società segrete per controllare l’Italia.
Emanuele Petri era passato forse attraverso tutti questi anelli.
Aveva capito cosa c’era dietro il mostro di Firenze ma non fece in tempo a proseguire perché fu ucciso nel 2003.
La sua indagine è un mistero soltanto perché l’apparato che ha cercato di ostacolarlo ha fatto di tutto per insabbiare la verità sul mostro e i suoi mandanti.
La verità è quella che si vede in questi giorni nelle email di Epstein.
A governare le democrazie Occidentali sono sempre gli apparati del satanismo e della massoneria.
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Salve Cesare,complimenti al tuo coraggio. La Toscana è da sempre un fortino inespugnabile, nel senso che chi comanda da decenni non fa mai trapelare nulla di sconveniente nei confronti di chi, in quella regione, regge le fila di ogni settore, politico ed economico. Non si avviano indagini efficaci verso i centri di potere, tra loro collusi, che si coprono a vicenda. E, se ne nascono, vengono poi dirottate su un binario morto. Chi osa mettersi di traverso, vedi David Rossi, viene suicidato. Nascono invece inchieste farlocche contro gli avversari e quelle invece durano, spesso colpiscono innocenti per distogliere le attenzioni contro i veri responsabili che non vengono scoperti. Forteto, mostro di Firenze, finanza rossa,massoneri, tutto si lega. Ma alla fine la radice del male è sempre la stessa, il culto del demonio, che si declina in varie forme,le più turpi.
Salve Federico, assolutamente vero che la Toscana è purtroppo una delle loro basi operative. Da notare però che lo è diventata dopo la seconda guerra mondiale. Durante il periodo fascista, non c’era ovviamente questo pullulare di logge e sette sataniche.
È una storia che ho vissuto abbastanza da vicino essendo un compaesano dell agente Petri che comunque non conoscevo personalmente.
Salve, ringrazio Cesare per il suo incredibile lavoro. Mi domando se ci siano analogie con fatti molto più vecchi come quelli relativi a Jack lo squartatore?
Salve, Marco, sì. Altri delitti a sfondo massonico.
Non si può più negare che la toscana sia ferreamente occupata dal Male. Chi se ne accorge fugge via correndo.
Quanto a Cicci l’unica ipotesi credibile è che un giorno qualche muratore abbatterà un tramezzo nel corso di una ristrutturazione e scoprirà la collezione del nostro amico. Allora sapremo chi era.
Cicci, Pietro?