di Cesare Sacchetti Domani la repubblica di Cassibile si sveglierà e apprenderà di aver appena...
23 maggio 1992: chi ha ucciso Giovanni Falcone?
di Cesare Sacchetti
Era un sabato di maggio, di quell’anno, il 1992, nel quale l’Italia veniva profondamente sconvolta.
I magistrati del pool di Mani Pulite avevano iniziato una operazione di demolizione della classe politica italiana, non però generalizzata, ma chirurgica.
Si trattava di asportare dal corpo dell’Italia l cuore pulsante della Prima Repubblica, e lasciare al suo posto un nuovo centro nevralgico, dove a controllare ogni apparato della nascente Seconda Repubblica sarebbe stato soltanto il “vincitore” designato dagli ambienti Euro-Atlantici, ovvero il PDS, il Partito Democratico di Sinistra, che nel frattempo aveva svestito i panni del comunismo per indossare quelli più calzanti ai tempi del progressismo di sinistra.
C’era stata una preparazione a tale processo, accurato, meticoloso, dove l’uomo che dialogava con la NATO, Giorgio Napolitano, leader della cosiddetta corrente “migliorista” del PCI, faceva la spola da Roma a Washington, la città nella quale si recava per incontrare Henry Kissinger, eminenza grigia del gruppo Bilderberg, e tra i principali probabili mandanti del delitto dell’ex presidente della DC, Aldo Moro.
Napolitano aveva iniziato ad assolvere alla funzione del pontiere, l’uomo che doveva portare il PCI nella modernità dei futuri anni della globalizzazione, poiché i “grandi” architetti della governance globale avevano già deciso che il comunismo aveva ormai esaurito in pieno il suo scopo, tanto è vero che i vari centri nevralgici del globalismo si adoperarono per favorire l’ascesa al potere di Mikhail Gorbachev, iscritto alla massoneria sin dalla seconda metà degli anni’70.

Mikhail Gorbachev
IL 1992 è l’anno dello scatenamento di un processo deciso proprio negli anni’80, quando il nuovo segretario del PCUS inizia quella fase di demolizione del comunismo che verrà sostituito con il dominio assoluto e totalitario dei famigerati oligarchi russi di origini ebraiche, i veri signori della Russia post-92.
A Mosca, si saccheggiava indiscriminatamente.
I vari predoni della nuova Federazione Russa avevano gioco facile perché alla presidenza c’era un leader fantoccio come Boris Eltsin, passato agli “onori” delle cronache per le sue uscite pubbliche nelle quali l’ex presidente russo non di rado era in preda ai fumi dell’alcool.
Al Cremlino, non c’era un presidente, ma una sorta di basista degli oligarchi che stavano svuotando le casse di Mosca dal suo immenso tesoro.
La richiesta di aiuto di Mosca a Roma
Sconsolato, l’ambasciatore russo in Italia in quel periodo, Anatolij Adamiscin, decise di rivolgersi al presidente della Repubblica di allora, il famoso picconatore, Francesco Cossiga, che decise di non far cadere nel vuoto la richiesta di aiuto dei russi.
Il tesoro di Mosca veniva infatti prelevato attraverso l’aiuto di diverse società ombra dell’ex PCI.
I soldi uscivano dal Cremlino, attraversavano l’ex cortina di ferro, e venivano infine smistati in un dedalo di reti delle famigerate cooperative rosse, snodo fondamentale di un enorme riciclaggio di denaro sporco, che finiva, tra l’altro, anche nelle società della mafia.
Cossiga si rivolge quindi all’ex presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, che ebbe una intuizione tanto fulminea quanto geniale.
L’ex leader della Democrazia Cristiana decise di interpellare Giovanni Falcone, titolare dell’ufficio degli Affari Penali, emarginato da una magistratura correntizia che non aveva esitato per ben due volte a sbarrargli la strada della guida della procura di Palermo e quella in seguito della procura nazionale antimafia, senza dimenticare che il valoroso giudice era stato sottoposto proprio in quell’anno ad una campagna diffamatoria del quotidiano “La Repubblica” che non esitò a definirlo come “guitto”.
Falcone aveva subito una fatwa vera e propria dall’apparato.
Il magistrato palermitano aveva il “terribile difetto” di interpretare la sua professione non come l’espressione di una casta giudiziaria che si pone al di sopra delle leggi e dello Stato, ma come membro di un corpo che rispetta le leggi e si sottomette al loro controllo.
Falcone non poteva non scontrarsi con una magistratura che è stata creata dalla assemblea costituente nelle mani del governo degli Stati Uniti per diventare una futura scheggia impazzita, nelle mani di varie logge massoniche e soprattutto di quegli ambienti atlantici che ordinarono il golpe giudiziario di Mani Pulite.
A Roma, il giudice viveva una sorta di “esilio”, accolto soltanto dal governo di Giulio Andreotti, tra i pochi a difendere Falcone, che veniva impallinato dalla sinistra progressista che oggi vergognosamente si è intestata la sua eredità morale e culturale.

Giulio Andreotti
Il magistrato aveva ritrovato nuova vitalità e un rinnovato spirito di servizio, quando venne avviata una inedita collaborazione tra l’Italia e la Russia per individuare dove finissero quei fondi neri che partivano da Mosca e giungevano a Roma.
Il PCI ha costruito la sua attività politica sui fondi neri.
Secondo le cifre trapelate nell’inchiesta, si parla di una enorme quantità di fondi sovietici pari ad almeno 989 miliardi di lire.
Il PCUS coordinava e dirigeva le attività del PCI, che per il solo fatto di ricevere contributi in nero da una potenza allora a tutti gli effetti avversaria dell’Italia, poteva essere facilmente incriminato.
Giovanni Falcone aveva iniziato a ricostruire il percorso di quei fondi neri assieme al suo collega russo, il giudice Valentin Stepankov, procuratore generale russo, che aveva avviato una proficua collaborazione con il magistrato siciliano.
C’era molta stima professionale e umana tra i due.
C’era la comune volontà di fermare quel traffico, ma il giudice Falcone attraverso la sua inchiesta rischiava di far saltare tutti gli equilibri del’92.
L’ex direttore degli Affari Penali era ormai vicino ad avere le prove dei fondi neri che aveva ricevuto l’ex PCI, nel frattempo divenuto Partito Democratico di Sinistra.
Il piano di destrutturazione dell’Italia
L’inchiesta sui finanziamenti illeciti del PDS avrebbe senza dubbio fatto saltare tutte le trame meticolosamente preparate negli anni precedenti, quando circoli come il club di Roma avevano deciso che l’Italia avrebbe dovuto subire una violenta deindustrializzazione, accompagnata da una devastante secolarizzazione manifestatasi attraverso l’approvazione del divorzio nel 1973 e dell’aborto nel 1978.
C’era in corso un programma di destrutturazione.
Le giovani generazioni non sanno cos’è stata l’Italia.
Non hanno conosciuto nemmeno gli ultimi decenni del secolo scorso, quelli nei quali si poteva ancora vedere qualche scampolo dell’identità e dell’economia di questo Paese, prima che la furia della globalizzazione devastasse tutto ciò che avrebbe incontrato di fronte ad essa negli anni a venire.
I globalizzatori avevano una strategia precisa.
Non potevano permettere che un magistrato integerrimo e capace come Giovanni Falcone facesse saltare quei piani che avevano stabilito che lo scettro del potere sarebbe dovuto passare dalle mani della DC e del PSI a quelle dei democratici di sinistra, guidati da Achille Occhetto e dalla sua inceppata e futura “macchina da guerra”.
A Capaci, non va in scena un comune attentato di mafia.
Va in scena un vero e proprio attacco terroristico-militare, che si può vedere a partire dall’enorme quantitativo di esplosivo utilizzato, ben 15 quintali di tritolo, e dalla sua fabbricazione che deriva dagli ordigni navali anglo-americani.

La strage di Capaci
C’erano poche impronte di Cosa Nostra il 23 maggio del 1992 a Capaci, e molte invece degli apparati militari atlantici, i veri signori della repubblica di Cassibile, nata nel disonore e nel tradimento di un Re infedele che ha visto poi essiccarsi, come disse San Pio, la dinastia del suo ramo.
La Falange Armata: la firma di Gladio
Nei giorni successivi all’attentato, si vedono altri segnali di una strategia ben più complessa di Cosa Nostra.
Si mette all’opera la famigerata Falange Armata attraverso una delle sue improbabili rivendicazioni dell’attentato di Capaci, preceduta in passato da altre poco credibili dichiarazioni di responsibilità delle stragi, commesse, ad esempio, dalla banda della Uno Bianca.
La Falange Armata è uno dei buchi neri della Prima Repubblica.
E’ uno di quei livelli in profondità costruiti dall’esercito clandestino della NATO, Gladio, che si attiva ogni qual volta è necessario gettare fumo negli occhi degli inquirenti e della opinione pubblica tramite una sigla terroristica fittizia, dietro la quale in realtà si celavano i telefonisti del SISDE, i cui nomi vennero rivelati dall’ex ambasciatore Fulci.
Secondo l’ex ambasciatore, i depistatori della Falange Armata erano in realtà appartenenti alla settima divisione, chiamata OSSI, dentro la quale c’erano degli esperti di esplosivi.
Se si cerca il filo di Arianna delle stragi del 1992, è forse proprio da lì che bisognerebbe partire.
Da quegli ambienti atlantici che avevano deciso di destabilizzare completamente la repubblica per favorire un clima di tensione, di paura e di incertezze, ideale per coloro che si apprestavano a fare un altro grande saccheggio di Stato, inferiore forse solo a quello che avveniva a Mosca, dove i famigerati “Harvard Boys” dell’economista Jeffrey Sachs, riciclato oggi dalla stampa come oppositore controllato, svuotavano l’industria pubblica russa, mentre il popolo russo conosceva dopo molti anni la fame.
Falcone era finito in un crocevia troppo complesso e troppo più potente di lui.
Falcone, Bush e l’Addaura
Già sul finire degli anni’80 l’ex togato aveva compreso perfettamente quale era il vero potere che tirava i fili dell’organizzazione mafiosa.
Il giudice Falcone comprese che il fenomeno mafioso è solo parte di una rete molto più vasta e potente, le cui diramazioni arrivano ai massimi livelli della finanza mondiale, delle mai citate massonerie e di tutto quel reticolato di circoli mondialisti che si servono della mafia solo come manovalanza.
I capi mafia passano, la struttura superiore, la vera cupola, resta.
L’ex magistrato finì già nel mirino di questi apparati quando venne chiamato per la prima volta dall’ex presidente americano, George H. Bush, membro della potente società segreta di Yale, Skulls & Bones, e già direttore della Central Intelligence Agency, per la quale l’ex presidente organizzò ufficialmente un vasto traffico di droga dal Sud Est asiatico agli Stati Uniti.
Se si cerca l’esempio di un colletto bianco, di un cosiddetto intoccabile che tira i fili della criminalità organizzata, George H. Bush è senz’altro l’esempio perfetto che spiega come il cosiddetto terzo livello della mafia sia quello composto dall’alta finanza e dai servizi segreti Occidentali.
Bush chiede di parlare con il giudice Falcone, ricevuto nell’ambasciata americana a via Veneto, a Roma, ma non passa poco tempo da quel insolito incontro che il magistrato si pentirà di certe confidenze fatte al presidente americano, quasi ad aver intuito che George H. Bush volesse anticipare le mosse del magistrato, divenuto ormai una minaccia per il piano superiore, il vero potere che governa il fenomeno mafioso.

Falcone incontra Bush
A soli 25 giorni da quell’incontro, il 21 giugno del 1989, arriva l’attentato dell’Addaura.
Vengono rinvenuti sugli scogli della spiaggia dove Falcone avrebbe dovuto fare il bagno con i giudici svizzeri, Carla Dal Ponte e Claudio Lehmann, 58 candelotti di dinamite che avrebbero certamente provocato una strage.
Secondo le dichiarazioni del pentito di mafia, Luigi Ilardo, ucciso poco prima di diventare un collaboratore di giustizia, a ricevere l’incarico di mettere quelle borse con l’esplosivo sarebbero stati uomini dei servizi, mentre altri due membri del SISDE e agenti di Polizia, Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, agirono per impedire l’esplosione.
Sulla muta da sub rinvenuta sugli scogli non ci sono i profili genetici dei due agenti di Polizia, ma quelli di un altro individuo, mai identificato, e con ogni probabilità il vero esecutore dell’attentato.
A pochi giorni di distanza dall’attentato dell’Addaura, c’è una scia di morti legata probabilmente ai fatti del 21 giugno.
Antonino Agostino viene ucciso in agguato assieme alla moglie, Ida Castelluccio, che riconobbe gli assassini giunti in moto per uccidere la coppia.

Antonino Agostino e Ida Castelluccio
Nell’armadio di Agostino, c’erano molte verità, tanto che lui stesso diede disposizioni di guardare lì dentro, qualora gli fosse successo qualcosa, indizio che Antonino sapeva di essere finito nel mirino di certi apparati.
Nell’armadio però non si fece in tempo a trovare nulla perché venne eseguita una perquisizione non autorizzata che fece sparire tutto, un’altra dimostrazione di come ci fosse una probabile faida interna nei servizi segreti, che vedeva impegnata una fazione al servizio del citato terzo livello, e l’altra invece in contrapposizione a questa.
Emanuele Piazza segue una sorte simile del suo collega, quando venne fatto sparire nel marzo dell’anno successivo, e il cui corpo ancora oggi non è mai stato ritrovato.
Falcone sapeva quanto era accaduto, tanto che si recò al funerale di Antonino, riconoscendo di “dovere la vita a quel ragazzo”.
La fine della Prima Repubblica e il saccheggio del Britannia
Il 23 maggio del 1992 il meccanismo che si era messo in moto era però inarrestabile.
Il giudice Falcone inizia l’inchiesta più importante della sua vita nel mezzo di una tempesta politica e geopolitica che si stava portando via i partiti della Prima Repubblica e il governo Andreotti che aveva voluto fortemente il togato siciliano a largo Arenula.
Il governo Andreotti era già caduto il 24 aprile del mese precedente.
Mani Pulite aveva iniziato a falcidiare i partiti considerati avversari della governance globale, e Falcone si è ritrovato a portare avanti una inchiesta in grado di far saltare tutti i piani degli architetti della globalizzazione.
Maastricht era alle porte e la svendita delle partecipazioni industriali dell’IRI era stata già decisa.
Se Falcone avesse proseguito la sua indagine con Stepankov, sarebbe arrivato all’ultima fermata, quella che portava ai finanziamenti illeciti verso il PDS.
Nei giorni successivi all’attentato, i primi movimenti sospetti si vedono proprio a Botteghe Oscure.
Secondo un’informativa del SISMI, camion molto grossi e carichi di carte e armi sarebbero usciti dalla sede del PDS, per far sparire probabilmente tracce e prove incriminanti dei traffici dell’ex PCI.
Il 27 maggio, arrivano sul luogo della strage, due massimi esponenti delle élite del mondialismo, quali la regina Elisabetta e il suo consorte Filippo, entrambi membri di alto grado della massoneria, e accusati da diverse vittime del traffico pedofilo di aver commesso degli abusi contro diversi bambini.

La regina Elisabetta a Capaci
La regina Elisabetta era appena sbarcata dal suo panfilo, il Britannia, il luogo che solo 5 giorni dopo ospiterà la grande svendita di Stato, il saccheggio dell’economia italiana officiato dal gran commis della finanza anglosionista, Mario Draghi, che a bordo di quella nave, senza avere nemmeno un mandato da un governo effettivamente in carica, iniziò una trattativa al ribasso che farà le fortune di banche come Goldman Sachs, JP Morgan, e Barclays, quei gruppi bancari che si presero a prezzo di saldo i gioielli dell’industria nazionale.
Il Britannia sapeva già evidentemente quale fosse la sua destinazione prima di quel famigerato 2 giugno.
Sapeva che quel giorno sarebbe stato già preparato il terreno ideale per un vero e proprio colpo di Stato, un alto tradimento commesso da tutta una congerie di personaggi guidati dal futuro governatore della BCE, che quel giorno faceva gli “onori” di casa a bordo di un panfilo, sul quale, venne anche avvistato, a detta di uno dei partecipanti come Emma Bonino, Beppe Grillo, già evidentemente designato da tali poteri come futuro collettore del dissenso che assumerà le sembianze 17 anni dopo del famigerato M5S.
Giovanni Falcone doveva dunque morire.
Non poteva restare vivo perché non si sarebbe fermato, così come non si sarebbe fermato il suo fraterno amico, Paolo Borsellino, l’uomo che aveva compreso su cosa stava indagando l’ex magistrato e che annotava con cura tutte le sue intuizioni investigative sulla famosa agenda rossa, fatta sparire in fretta dopo la strage di via Amelio del 19 luglio del 1992, da altre barbe finte dei servizi, che poterono godere della protezione del procuratore e membro di una loggia massonica coperta, Giovanni Tinebra.
A Mosca, Falcone non fece in tempo ad andare.
Il suo viaggio programmato per i primi di giugno non ebbe mai luogo, e l’ex togato venne sostituito da un quintetto composto dal procuratore capo di Roma, Ugo Giudiceandrea, assieme ai sostituti Franco Ionta, Luigi De Ficchy e Francesco Nitto Palma, accompagnati da due massimi esponenti dei servizi segreti, quali il colonnello della Finanza, Nicolò Pollari, e il colonnello dei Carabinieri, Antonio Ragusa.
Ai sette vennero mostrate le prove dei reati commessi dall’ex PCI.
I russi mostrarono loro le carte sulle quali erano indicati i finanziamenti a Botteghe Oscure utilizzati per la campagna a favore dell’aborto, del divorzio e di altre numerose iniziative dei comunisti.
50 anni di versamenti, 50 anni di servizio a favore del regime comunista che aveva perseguitato e ucciso milioni di cristiani dopo aver ricevuto ingenti fondi dalla finanza ebraica di Wall Street.
Se si legge, incredibilmente, il Corriere della Sera di quel giorno, si ha prova che l’inchiesta di Falcone avrebbe potuto radere al suolo il PDS, ma gli uomini che sostituirono il magistrato palermitano archiviarono tutto.

L’articolo del Corriere sull’inchiesta di Falcone sui fondi neri del PCI
Ucciso Falcone, venne anche inevitabilmente uccisa la sua inchiesta.
A distanza di 34 anni, la verità sugli assassini di Falcone attende ancora di essere raccontata, anche se ultimamente ci sono diversi segnali di rottura degli equilibri del passato.
Washington non è più occupata dai guardiani del governo globale, fantasmi del passato iniziano a riaffacciarsi, anche sotto forma delle dichiarazioni dell’ex senatore del PCI e del PDS, Giovanni Pellegrino che dopo più di 30 anni “recupera” la memoria e dichiara che i dirigenti del PDS, come Violante e D’Alema, avevano ricevuto rassicurazioni sul fatto che Mani Pulite non avrebbe toccato i post-comunisti.
Sarebbe bello nel frattempo far conoscere ai giovani la verità che non gli è stata raccontata.
Sarebbe bello fargli sapere che ad uccidere Giovanni Falcone non sono stati due analfabeti dentro una masseria, ma i veri signori del potere che hanno costruito questa repubblica intrisa di sangue e menzogne.
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Grazie Cesare per l’ennesimo splendido articolo!
Ho particolarmente apprezzato il passaggio su Sachs, personaggio ovviamente esaltato dai tanti falsi controinformatori…
Ciao Berto, ti ringrazio. Per caso, sono gli stessi che affermavano che Draghi era diventato “sovranista”?
Caro Cesare, eh già, gli stessi che ora esaltano Sanchez e Massie e magari ai tempi (per stare alle nostre latitudini) esaltavano Grillo & Casaleggio…
Buongiorno, considero Falcone e Borsellino totalmente degni di essere ricordati come degli Eroi. Sapevano che erano stati lasciati soli dallo Stato ombra criminale e che probabilmente sarebbero stati fermati pagando con la morte la loro onestà determinazione e voglia di giustizia. Dio li abbia in gloria
Ionta, quello che mise dentro un somalo a caso, tanto per chiudere in fretta il caso/processo Alpi-Hrovatin e grazie al quale abbiamo dovuto risarcire il somalo appunto, accusato ingiustamente di essere stato lui ad ammazzare la Alpi e Hrovatin.
Ionta è anche colui che mise in piedi un processo assolutamente discutibile per Marco Accetti, accusato di aver ucciso nel dicembre 1983 Josè Garramon di anni 12, nella famosa pineta di Castel Fusano a Ostia, luogo all’epoca (oggi non so) scenario di nefandezze che la metà basta, il quale Accetti si beccò una pena irrisoria, perché del caso Garramon si parla ancora oggi, essendo un caso per niente risolto.
Ionta è anche nella Commissione Parlamentare per Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.
Ricordiamo che Accetti si proclama innocente per l’omicidio Garramon, o meglio lo definisce un incidente notturno, e si autoaccusa invece del rapimento Orlandi.
Il che è tutto dire.
Il mondo insomma è alquanto piccolo, e anche parecchio marcio in certe stanze…
Ennesimo articolo ineccepibile, Dr. Sacchetti.
Lei è rimasto una delle rarissime voci della Verità con la V maiuscola, andrebbe protetto più del panda.
Ciao P., grazie mille. Non sapevo del caso Garramon. Si tratta di un omicidio a sfondo pedofilo? Quando scrivi delle nefandezze della pineta di Castel Fusano, ti riferisci a qualcosa che ha a che fare con la pedofilia o altro? Ti ringrazio.
Salve Dr. Sacchetti,
Si mi riferisco esattamente a quello, ahimé.
Pare vi fossero giri molto strani in quella pineta negli anni ’80, e c’è una giornalista che si occupa da anni del caso Garramon e cerca la verità.
Un ragazzino di 12 anni che sparisce dall’EUR un pomeriggio tardi del 20 dicembre 1983 per andare dal barbiere vicino casa, e finisce a Castel Fusano di notte è già qualcosa di assurdo.
Mettiamoci pure che la dinamica della morte così come riportata da Accetti non torna assolutamente perché Garramon non morì investito dal suo furgone, ma l’esame autoptico disse che era stato assai probabilmente tenuto appeso a qualcosa e poi cadde, non si sa se da vivo o già morto.
Una cosa orrenda.
Mia opinione: rituale pedo-satanico.
Se non sbaglio il padre di Marco Accetti era il capo della Loggia Azzurra. Questo potrebbe spiegare perché non si indagò.
Accetti circa 30 anni dopo la morte di José inventerà di essere parte di un Servizio Segreto che cercava i pedofili infiltrandosi tra i pedofili.
Marco Accetti disse e dice così perché ha capito che chi sta indagando sulle vicende che lo riguardano ha capito parecchie cosette su di lui e non solo lui. E quindi cerca la scappatoia dell’essere stato un infiltrato.
Peccato che non ci creda nemmeno il suo cane o gatto, se ne ha uno.
Ha cambiato versione duemila volte in ogni caso.
Anche perché Accetti ha continuato a comparire in molte altre vicende.
E Cossiga, che molti dicono pasticciasse con Gladio, non difese Falcone? O lascio fare? O peggio?
Il mandato di Cossiga era alla fine, sarebbe scaduto a giugno, e si dimise alla fine di aprile dopo la sconfitta del pentapartito falcidiato da Mani Pulite.
Credo che si sia dimesso perché i rapporti con Andreotti erano irrimedialmente compromessi.
Dimettendosi in anticipo aveva creato un vuoto istituzionale con cui ha impantanato Parlamento e Governo.
La morte di Falcone ha accellerato l’elezione di Scalfaro.
E noi ancora giovani che abbiamo creduto a tutte quelle balle che ci raccontavano senza avere la capacità di “linkare” tutti quegli avvenimenti che ci venivano presentati come slegati fra loro. Ma quanto siamo stati fessi in gioventù…
La ringrazio, dott. Sacchetti, a titolo personale e anche a nome di molti Italiani di buona volontà per i suoi articoli, come questo, che strappano il velo di menzogne e omertà che per decenni ha coperto il corpo martoriato del nostro popolo e della nostra nazione. La RINGRAZIO per l’amore della verità e per il coraggio civile che Lei dimostra. Purtroppo poco posso fare perché in questo Paese si faccia finalmente GIUSTIZIA; prego però incessantemente perché la giustizia divina colpisca duramente, senza pietà né misericordia, proprio in nome della verità troppo a lungo calpestata e violentata, i colpevoli dello scempio morale, politico, civile, culturale, economico della nostra Patria. Non ripeto i nomi qui: sono tutti menzionati, più o meno esplicitamente, nell’articolo qui sopra. Prego il Signore perché la testa del serpente infernale venga definitivamente tagliata e gettata nel fuoco eterno. Solo da siffatto atto di giustizia potrà avere inizio la rinascita culturale, morale, economica dell’Italia. Dott. Sacchetti, non ci faccia mai mancare questo suo tributo di verità e libertà di critica storica.
Ti ringrazio, Rodolfo. L’Italia ha veramente bisogno dell’aiuto divino.
Quanta schifezza!Dove siamo finiti!