di Cesare Sacchetti Domani la repubblica di Cassibile si sveglierà e apprenderà di aver appena...
Le rivelazioni di Roberto Savi sui servizi e la Uno Bianca: una storia di sangue atlantica?
di Cesare Sacchetti
Il “monaco” si presenta così davanti alle telecamere, freddo, impassibile come sempre e con dei modi di fare quasi robotici.
Roberto Savi, questo il soprannome che si era “guadagnato” durante i suoi anni in servizio presso la Polizia di Stato, riemerge dal passato.
Il suo volto scarno si manifesta laddove meno ce lo si sarebbe aspettato, ovvero nel contenitore del trash televisivo della TV di Stato, “Belve”, il programma condotto da Francesca Fagnani, attuale compagna di Enrico Mentana, e già discepola del “maestro” Michele Santoro, oggi ancora confinato negli schermi vuoti di RaiTre, lo storico fortino del PCI, detta anche “TeleKabul” per tale ragione.
L’ultima intervista di Roberto Savi
Savi fa delle affermazioni che sono state studiate, pensate e soprattutto autorizzate probabilmente da qualcuno che ora gli ha detto che può fare determinate rivelazioni.
Uno dei capi della banda della Uno Bianca afferma chiaramente che il gruppo criminale che insanguinò l’Emilia Romagna dal 1987 al 1994 non agiva di sua sponte.
Dietro di esso, c’era una precisa regia, ovvero quella dei servizi segreti che volevano che quel manipolo di criminali infedeli che vestivano la divisa della Polizia seminassero paura, panico, terrore e che uccidessero senza nessuna remora.
La storia della banda è stata “atipica” sin dal principio, sin da quel 19 giugno del 1987, giorno nel quale i fratelli Savi, allora gli unici, almeno sulla carta, componenti della banda decisero di rapinare un autogrill sulla autostrada A-14, per raccogliere il misero bottino di 1 milione e 300.000 lire, che, diviso in tre, diventa ancora più magro con sole 400.000 lire a testa dell’epoca.
La banda che cerca lo scontro a fuoco
Il 1987 della Uno Bianca si apre così.
Attraverso una serie di insensate rapine contro i caselli dell’A-14, che non portano in diverse occasioni nemmeno a superare i 6 milioni di lire, senza che, tra l’altro, quelle intense scorribande sull’autostrada che collega l’Emilia alle Marche fosse sottoposta ad una sorveglianza rafforzata.
I banditi della Uno Bianca si sentono invincibili, intoccabili, certi che quelle efferate azioni non avrebbero messo in moto gli ingranaggi, almeno in quel momento, per consegnarli alla giustizia.
Il gruppo dei Savi spara spesso e volentieri.
La banda non cerca la discrezionalità e la “saggezza” criminale, ma si premura sempre di fare rumore e usare le armi, senza che queste servano nemmeno a raggiungere lo scopo di un professionista, ovvero quello di mettersi in salvo dalle situazioni di pericolo.
I Savi vogliono farsi riconoscere.
C’è un marchio di fabbrica nella banda che dopo le prime rapine ai caselli dell’A-14, quasi delle prove tecniche per testare il polso, compie le sue successive evoluzioni attraverso i colpi agli uffici postali, alle banche e alle Coop.
Il 30 gennaio del 1988, nel quartiere Celle di Rimini, si può vedere chiaramente come la Uno Bianca non sia nulla di quello che si era visto fino ad allora in Italia.

La rapina alla Coop di Celle
La banda assalta una Coop locale, ma all’arrivo del furgone delle guardie giurate che era giunto per prelevare l’incasso della giornata, i Savi nemmeno aspettano che il mezzo arrivi e carichi il denaro.
Aprono subito il fuoco, a volontà, uccidono la guardia giurata Giampiero Picello, e se ne vanno via portando con sé un sacco di documenti e di scartoffie, senza nemmeno accertarsi che ci fosse del denaro dentro.
Quelli della Uno Bianca non sono dei banditi professionisti.
Agiscono più chiaramente come terroristi, ma non la categoria, ad esempio, che apparteneva alle Brigate Rosse, già pesantemente infiltrate dalla CIA e dal Mossad.
Il terrorismo della Uno Bianca tocca, come si vedrà in seguito, punti nevralgici delle istituzioni, lambisce quella zona d’ombra atlantica che ha concepito l’intera serie di attentati commessi nel corso della strategia della tensione.
L’Italia è un laboratorio.
Un Paese strategico, decisivo per gli equilibri che contrappongono il Patto Atlantico alla cortina di ferro, sede della Chiesa Cattolica, e dal fondamentale peso geopolitico ed economico.
L’Italia è sotto occupazione e i centri di potere che presidiano lo Stivale dalla disfatta di Cassibile vogliono fare di tutto perché questo status quo resti tale, senza guardare troppo al costo di quelle innocenti vite umane che sono state sacrificate per tenere il Paese prigioniero nella gabbia atlantica.
La Uno Bianca si può considerare a tutti gli effetti un altro capitolo di questa logica della destabilizzazione.
La strage di Castel Maggiore e i depistaggi di Macauda
A Castelmaggiore, il 20 aprile del 1988, si ha di nuovo un saggio di questo modus operandi.
La Uno Bianca uccide due carabinieri, i giovani Cataldo Stasi ed Umberto Erriu, che non hanno praticamente fatto in tempo a fare nulla, poiché sono stati investiti da una pioggia di proiettili, ben trenta, sparati da almeno tre armi diverse, una carabina, una calibro 9 e una calibro 38 Special.

La strage di Castelmaggiore
L’agguato è efferato, senza senso da un punto di vista criminale perché i due carabinieri anche se avessero voluto effettuare un controllo alla Uno Bianca dei Savi si sarebbero allontanati subito una volta che i fratelli avessero tirato fuori i tesserini identificativi della Polizia di Stato.
I Savi invece gli sparano addosso in preda ad una chiara volontà di uccidere, senza curarsi troppo dei rischi e delle conseguenze.
Prima della strage di Castelmaggiore, c’era stata un’altra tentata rapina alla Coop di Casalecchio, che, ancora una volta, non aveva portato nessun bottino per la banda.
C’è però tra questi due episodi un collegamento chiave, uno di quelli decisivi che forse è in grado di dissipare le nebbie dei misteri che alcuni ambienti hanno cercato di far calare sulla vicenda.
Questa chiave ha un nome, ed è il brigadiere dei Carabinieri, Domenico Macauda.
Macauda fa quello che non ci si sarebbe mai aspettati.
Il sottufficiale della Benemerita si adopera per depistare le indagini sin dal principio.
Macauda piazza un bossolo della pistola 38 Special nella Uno Bianca ritrovata sul luogo della strage.
La 38 Special però è una pistola a tamburo.
I suoi bossoli non vengono espulsi dall’arma, ma restano nel caricatore, e l’unico modo per tirarli fuori è aprire il tamburo ed estrarli.
Almeno tre differenti armi avevano sparato quella notte, ma apparentemente Macauda sapeva già quale fosse una di queste, tanto che si adoperò successivamente per mettere altri cinque tipi di bossoli calibro 38 Special nella casa della famiglia Testoni che non c’entrava nulla con i fatti.
Il brigadiere vuole depistare le indagini, e segue la stessa procedura anche nel caso di Salvatore Moncada, nella cui cantina vennero fatte trovare armi e droga, che ad una prima perquisizione non erano state rinvenute, pur di associarlo alla rapina della Coop di Casalecchio.
Gli inquirenti iniziano ad insospettirsi di quei ritrovamenti così “provvidenziali”, e decidono per tale ragione di sottoporre a delle perizie balistiche le armi 38 Special in dotazione ai Carabinieri, ma non fanno in tempo ad esaminare l’arma “intonsa” del brigadiere infedele, perché Macauda si adopera per limare il percussore e vanificare così ogni perizia tra la sua arma e quella che ha sparato il bossolo ritrovato nella Uno bianca di Castelmaggiore.
Il brigadiere Macauda conosceva la Uno Bianca?
Secondo il processo che ha visto imputato per calunnia lo stesso Macauda, il sottufficiale avrebbe agito per paura, nel tentativo di nascondere un’altra arma clandestina che lui aveva a disposizione, un’altra 38 Special, ma se così fosse la modifica della sua arma d’ordinanza non gli sarebbe servita a nulla per assolvere a tale scopo.
Macauda vuole modificare la sua arma perché probabilmente riteneva che questa potesse essere in qualche modo incriminante nei suoi confronti.
Se l’arma del brigadiere ha sparato quei bossoli, ci sono due possibilità che in entrambi i casi sembrano indicare ad un collegamento tra l’uomo e la Uno Bianca.

Una Smith & Wesson calibro 38 Special
Nel primo scenario, Macauda avrebbe sparato con la sua arma, la 38 Special, perché era sul posto, durante l’agguato, ma allora in tal caso avrebbe dovuto aprire il caricatore e mettere un bossolo nella Uno, per poi mettere nella cascina della famiglia Testoni altri 5 bossoli esplosi presumibilmente sempre la notte del 20 aprile del 1988.
Nel secondo scenario, Macauda non avrebbe sparato direttamente perché presente sul posto, ma perché informato subito da chi aveva compiuto quell’agguato su quali armi erano state usate per uccidere i carabinieri Stasi ed Erriu.
Il bossolo della 38 Special salta improvvisamente fuori dopo sole 48 ore, un tempo molto ristretto che porterebbe a scartare una terza ipotesi, quale quella che il brigadiere avesse avuto accesso ad esami balistici che con ogni probabilità non erano ancora stati fatti.
Se Macauda comunque era sul posto o era stato informato dai Savi, aveva in ogni caso una conoscenza diretta con il nucleo della banda, e si era mosso chiaramente per proteggere i poliziotti dalle inchieste.
L’uomo inizierà a giustificarsi dicendo che voleva incassare una ricompensa per la cattura dei criminali che però non era ancora stata messa in palio, fino a dire che in realtà avrebbe agito perché sotto il fantomatico ricatto di due pregiudicati che avrebbero colto la moglie in momenti intimi.
I misteriosi pregiudicati perciò avevano dei collegamenti con la banda della Uno Bianca?
Non verrà mai chiarito perché le indagini non si adoperano più di tanto per capire cosa ha mosso veramente Macauda, e si fanno andare bene quella improbabile versione dei fatti.
Secondo le indagini condotte fino a quel momento, Macauda è stato avvistato e fotografato nei pressi della cascina dei Testoni ben prima dell’agguato dei carabinieri Stasi ed Erriu, un elemento che sembra suggerire che il brigadiere potesse sapere quanto sarebbe accaduto ai due giovani ben prima della strage, segno che la sparatoria fu la conseguenza di una premeditazione, una logica di stampo chiaramente terroristica.
C’è inoltre un testimone che ha fornito un identikit di uno degli assalitori di Stasi ed Erriu, e risulta coincidere in tutto e per tutto con quello del citato Macauda, ma nessuno darà seguito a questa testimonianza.
Carabinieri che sparano contro altri carabinieri?
Una ipotesi inquietante che rimanda al misterioso eccidio di Bagnara della Romagna, avvenuto sempre in quell’anno nella caserma della località romagnola dove vennero massacrati ben cinque carabinieri.
L’Emilia-Romagna era allora attraversata da molti fatti di sangue e da opache vicende nelle forze dell’ordine.
La testimonianza allora ignorata su Macauda avrebbe potuto riscrivere l’intera storia della banda.
Se c’erano anche dei Carabinieri nella banda, allora si potrebbe pensare ad un gruppo misto, ad un commando composto da diversi uomini della Polizia e dei Carabinieri che prendevano parte, probabilmente a rotazione, a molteplici azioni dalla natura chiaramente terroristica e stragista.
Il massacro del Pilastro e quei depistaggi firmati Gladio
Il sangue continua intanto a scorrere anche negli anni successivi.
Altre stragi efferate dopo quella di Castelmaggiore andranno in scena nuovamente il 3 gennaio del 1991, quando verranno massacrati ancora una volta dei carabinieri, Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini.

La strage del Pilastro
I Savi, Fabio e Roberto, si contraddicono apertamente.
Uno, Roberto, afferma che l’auto dei Carabinieri li aveva sorpassati e che volesse fermare la Uno Bianca; l’altro, Fabio, dichiara che l’auto dei Carabinieri, li voleva fermare ad un posto di blocco.
Affiora di nuovo lo scenario preso in considerazione poco fa sulla reale composizione del gruppo di terroristi.
Ci si chiede perciò se i fratelli Savi fossero davvero presenti quella tragica notte al Pilastro oppure se non si siano nemmeno accordati sulla versione di comodo da dichiarare agli inquirenti?
Certo è che stanno mentendo, così come hanno mentito al processo quando gli venne chiesto se ci fosse qualcos’altro dietro la Uno Bianca, un quesito al quale Fabio Savi rispose sardonicamente che dietro c’era solo la targa, ma forse le cifre però non erano quelli che i tre fratelli volevano far credere.
Cifre che forse corrispondevano all’indirizzo di Forte Braschi a Roma, sede dell’ex SISMI, laddove, secondo l’ex ambasciatore Francesco Paolo Fulci, partivano le chiamate dei telefonisti della Falange Armata, una fantomatica sigla terroristica che si intestava le azioni criminose della banda della Uno Bianca e delle stragi dell’92-93.

L’ambasciatore Francesco Paolo Fulci
Una serie di depistaggi iniziata, come visto, già nell’88 con il brigadiere Moncada, che aveva compiuto un periodo di addestramento presso il centro Afsouth di Napoli, laddove si addestravano gli uomini della Gladio.
Gladio era esattamente l’attuazione pratica della strategia della tensione.
Un esercito clandestino, una rete atlantica che veniva utilizzata per operazioni terroristiche e per seminare false piste, la cui esistenza fu rivelata nel 1990 dall’ex presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, con grande irritazione della NATO che voleva tenere chiusi nei suoi cassetti quegli ingombranti segreti.
La Uno Bianca è una tela i cui fili sembrano intrecciarsi ancora una volta con le solite trame atlantiche che hanno dominato la repubblica di Cassibile.
Secondo la ex compagna di Fabio Savi, la controversa Eva Mikula, lo stesso Fabio già all’epoca delle stragi le disse che i servizi segreti gli avevano dato mandato di agire.
Una testimonianza che coincide con quanto oggi a distanza di 30 anni viene dichiarato da Roberto Savi, il quale ha deciso apparentemente di aprire l’armadio dentro il quale erano stati posti degli scheletri che fino ad ora nessuno voleva tirare fuori.
L’intervista di Roberto Savi autorizzata dal tribunale di sorveglianza è il segnale che qualcuno vuole aprire altri cassetti, nei quali forse sono presenti i nomi di altri componenti della banda ancora oggi non identificati, persone che forse hanno continuato a fare carriere nelle forze dell’ordine, pesantemente infiltrate da ambienti massonici e atlantici.
Qualcun altro però forse vuole che le cose restino al loro posto.
Appena Roberto Savi ha rilasciato la sua intervista, gli organi di stampa hanno fatto uscire dalle stanze della loro redazione una notizia che forse gli era stata trasmessa già mesi prima.
Uno dei componenti della banda, il poliziotto Pietro Gugliotta, scarcerato nel 2008, si sarebbe “suicidato”.

Pietro Gugliotta
Delle modalità di questo improvviso “suicidio” non è stato detto nulla, così come non è stato detto se Gugliotta avrebbe lasciato qualche biglietto di spiegazioni per questo improvviso gesto.
L’ex agente lavorava da tempo presso una cooperativa che si occupava della riabilitazione dei detenuti.
L’unica cosa certa è che la notizia della sua morte è stata fatta uscire appena dopo l’intervista di Roberto Savi.
Ci sono forse due parti di uno stesso mondo che si stanno parlando in questa fase.
Due parti che non possono più contare sulle protezioni atlantiche di un tempo, visto che gli Stati Uniti, garanti della NATO, sono ormai il Paese più ostile al Patto Atlantico, in via di liquidazione.
Ogni segreto sepolto del passato ora può uscire.
Cassibile sta morendo, e la sua vera storia ora può essere raccontata.
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Buongiorno Cesare,
come sempre i tuoi articoli raccontano la vera storia di questo paese.
A proposito di Macauda e del suo revolver, un altro aspetto che fa comprendere che le indagini sono state depistate o non sono state fatte adeguatamente è nella ricerca della carabina utilizzata durante le sparatorie. Roberto Savi possedeva ben due Beretta AR 70 cal. 222R (fù chiaro da subito il calibro usato durante le sparatorie) ma fatalità chi indagò non controllò mai contemporaneamente le due carabine. A Savi fù chiesto di presentare l’arma per un controllo, ma non fece mai vedere la seconda e non fù fatto immediatamente un test balistico sulla seconda arma.
Già dal primo rinvenimento dei bossoli potevano risalire a Savi e di conseguenza inchiodarlo. Ma rimase operativo fin quando non servi più.
Un tema ricorrente è che le indagini in Italia non si svolgono mai come uno ci si aspetta, ma l’apparato preposto subisce sempre interferenze esterne che non ne garantiscono l’integrità.
Ciao Giorgio, ti ringrazio. È l’AR-70 usato nella strage del Pilastro. Qualche mese dopo, Savi tornò nell’armeria dove aveva ordinato con molta insistenza il secondo AR-70 e uccise la proprietaria assieme all’ex cc che l’aiutava, Campolungo. Pare che Campolungo avesse capito che lui faceva parte della banda.
Ottimo articolo come al solito, e grazie per il link al libro, questo weekend avrò da fare…
Permettimi una domanda fuori tema: i telegiornali ci hanno ripetuto per giorni dell’onore concessoci dalla principessa d’Inghilterra la cui prima visita di stato ufficiale dopo la malattia è stata in Italia e Reggio Emilia, dove si è occupata di bambini in difficoltà.
Sapendo che lei è uno dei membri più in vista di una famiglia che ormai da secoli è intrallazzata in giri pedofili, come dobbiamo intepretare una così importante visita a due passi dal peggiore scandalo riguardante l’infanzia del nostro paese, ovvero Bibbiano?
Grazie Pi. Visita piuttosto anomala, e la tua ipotesi è assolutamente da prendere in considerazione.
Vero!
A me l’intervista ricorda tanto quella rilasciata dal gelataio di Omegna a Giletti.
Questa intervista rilasciata da Savi ricorda molto l’intervista rilasciata da Baiardo a Giletti.
Forze dell’ordine o piuttosto… forze del disordine?…!!…https://ilgattomattoquotidiano.wordpress.com/