di Cesare Sacchetti Molti sono già famigliari con il suo logo, quella N stilizzata accompagnata da...
Il dissenso verso l’UE ai massimi storici: gli europei uniti dalla resistenza alla dittatura di Bruxelles
di Cesare Sacchetti
A Bruxelles, forse iniziano ad aprirsi delle crepe in seno ai vari istituti che compongono l’eurocrazia.
Solo qualche mese fa, la Commissione europea sfornava il suo sondaggio secondo il quale il gradimento degli europei verso l’Unione europea era in ascesa, senza che l’uomo della strada percepisse attorno a sé il degrado profondo portato dall’UE.
Nulla di nuovo per ciò che riguarda i meccanismi di fondo delle democrazie liberali.
Il sondaggio non sonda come vorrebbe far credere la parola, piuttosto manipola, influenza o almeno si propone di fare tutto ciò anche se spesso non gli riesce, data la realtà diametralmente opposta.
Stavolta l’elemento di novità è rappresentato dal fatto che un think tank, membro dell’eurocrazia per eccellenza come l’European Council on Foreign Relations, ha commissionato un sondaggio che ha restituito una fotografia molto diversa da quella solita che esce da Eurobarometer.
L’ECFR nasce come una sorta di epigono del Council on Foreign Relations americano, un circolo politico fondato nel 1927.
Il CFR è stato per quasi un secolo una vera e propria anticamera politica per l’ingresso nella Casa Bianca, se si pensa che a far parte di tale club sono stati presidenti come George H. Bush, membro anche della setta massonica di Skulls & Bones, il potentissimo Henry Kissinger, mente geopolitica e membro di una lunga lista di circoli mondialisti, il presidente Eisenhower, e Bill Clinton, membro anche del gruppo Bilderberg.

Henry Kissinger, uno dei membri più influenti del CFR
A Londra, prim’ancora che negli Stati Uniti, venne fondata nel 1920 la Chatham House, primo istituto del genere pensato dalla famiglia Rothschild per controllare al meglio la politica britannica, sulla quale la dinastia dei banchieri più ricchi del mondo esercita un fortissimo ascendente dall’inizio del XIX secolo.
Nella Chatham House, si incontravano personaggi di “altissimo” profilo come il massone di alto rango e primo ministro inglese, Winston Churchill, il quale divenne presidente dell’istituto, in omaggio alla sua centralità e assoluta fedeltà al disegno della governance globale da lui tenuta in somma considerazione.
L’ECFR è l’ultimo e il più recente omologo di questa lista di think tank, fondati per impartire le direttive dell’establishment ai vari politici Occidentali, e tra tutti si potrebbe considerare il “parente povero”, nonostante facciano parte dell’istituto personaggi come la appena scomparsa Emma Bonino, uno dei principali agenti di Soros ed in Europa che lavorava per la costruzione del superstato europeo sin dagli inizi della sua carriera.
Il dissenso verso l’UE è ai massimi storici
In questa occasione, l’ECFR forse sentiva il bisogno di avere una risposta più sincera e meno propagandistica dei soliti sondaggi ammaestrati, probabilmente per cercare di capire fino a che punto fosse diffuso il malcontento verso l’Unione.
Gli incalliti euristi farebbero bene a preoccuparsi, poiché il 70% degli intervistati valuta l’UE negativamente, e le punte di dissenso più alte si registrano proprio nei tre Paesi più importanti quali Italia, Francia e Germania.
Se si parte dall’ultimo Paese della lista, si vedrà come il cambio di fronte sia stato drammatico per Berlino.
La Germania: da locomotiva d’Europa a zavorra
Chi è dotato di memoria storica, ricorderà che nella prima metà degli anni’90, la Germania era definita a tutti gli effetti il malato d’Europa.
Dopo la fine dello scellerato SME, la Germania si trovava di nuovo a dover fare i conti con una moneta troppo pesante per le sue esportazioni.
La Germania ha infatti, sciaguratamente per lei, fondato tutto il suo modello economico sull’incauto principio del beggar thy neighbor, ovvero, una espressione che tradotto in italiano sta a significare “vessa il tuo vicino”.
L’esportatore è costantemente soggetto alla pressione della competitività internazionale e deve fare in modo che i suoi prodotti costino di meno sui mercati internazionali.
Ad aiutare in parte Berlino fu il citato SME, una unione di cambi fissi, che funzionava con delle barre di oscillazione per la svalutazione o rivalutazione della moneta, ristrette ancora di più nella seconda metà degli anni’80, che erano state concepite fondamentalmente per limitare la capacità di svalutazione della lira, vero spauracchio del marco pesante tedesco, il fardello che gravava sulle esportazioni della Germania.
Liquidato lo SME, ma solo per pochi anni, la Germania si trovava di nuovo a fare i conti con una moneta troppo pesante per il suo export, fino a quando non venne la salvezza offerta su un piatto d’argento dell’euro, il cappio della moneta unica voluto principalmente in Italia dagli uomini appartenenti alla quinta colonna dell’Aspen Institute e del Gruppo Bilderberg, quali Romano Prodi, Mario Monti, Beniamino Andreatta, Carlo Azeglio Ciampi ed Enrico Letta, un nucleo di euristi infedeli che agì sempre contro gli interessi economici dell’Italia.

L’Ulivo che uccise la lira per far nascere l’euro
A Berlino, tirarono un sospiro di sollievo.
La lira che consentiva all’Italia di proteggere le sue esportazioni di alte qualità non esisteva più, e il cambio artificialmente basso della moneta unica aveva svalutato il prezzo dei beni prodotti della Germania.
C’era però l’altra faccia della medaglia che non è stata nemmeno guardata dagli sprovveduti tedeschi.
Euro significa semplicemente austerità.
La moneta unica è strutturata per comprimere i salari e le regole del taglio della spesa pubblica, volute proprio da Berlino, si sono rivelate un letale boomerang per la Germania, poiché i Paesi che compravano le sue merci si sono ritrovati soffocati dall’austerità voluta dagli stessi tedeschi.
Anni addietro, si diceva che la Germania stava segando il ramo sul quale era seduta, ed ora, a distanza di 12 anni, Berlino si trova esattamente dove previsto, a terra, mentre sta perdendo tutta la sua capacità industriale guadagnata prima con l’euro.
In Germania, così divampa il sentimento antieuropeo, convogliato verso il partito Alternativa per la Germania, Afd, fresco dell’enorme successo in Sassonia.
AfD ad uno sguardo più attento presenta molte criticità, a partire dal fatto che la sua leader, Alice Weidel, è un falco sionista già alle dipendenze di Goldman Sachs, che non vive nemmeno in Germania, ma in Svizzera, assieme alla sua compagna Sarah Bossard, con la quale ha adottato due bambini comprati con l’utero in affitto.
Il profilo di Alice Weidel
Il profilo della Weidel corrisponde in tutto e per tutto al più classico dei gatekeeper europei, i quali in Europa appartengono tutti alla stessa famiglia della destra sionista liberale, ramo dove si incontrano il partito Vox in Spagna, il Rassemblement National in Francia, e la Lega in Italia, ormai quasi sostituita dal suo alter ego, ovvero Futuro Nazionale del generale Vannacci.
Se Alice Weidel salirà o meno al potere si vedrà più avanti, ma ciò non toglie che ormai il brodo di coltura anti-UE è più che maturo anche in Germania, e un falso oppositore potrà fare ben poco per rallentare un dissenso verso Bruxelles comunque destinato a crescere.
La crisi della Francia e il tramonto del macronismo
In Francia, l’atmosfera non è molto differente.
Nonostante Parigi abbia goduto di una esenzione di fatto dalle regole dell’austerità, violate per anni senza conseguenze, la Francia non riesce a sopportare l’euro, esattamente come gli altri Paesi europei.
Il manifatturiero francese è letteralmente strangolato da una moneta troppo pesante.
Parigi ha un disperato bisogno di una ripresa della domanda interna, obiettivo che non è nemmeno lontanamente raggiungibile senza mettere nelle tasche dei francesi una moneta nazionale pensata prima di tutto per proteggere il potere d’acquisto locale.
Oltre la crisi economica sempre più acuta, la Francia attraversa inoltre una grave crisi politica che negli ultimi 3 anni ha portato al Matignon almeno 5 primi ministri diversi.
All’Eliseo la situazione è persino più cupa.
Emmanuel Macron è ormai entrato nella fase finale del suo crepuscolo politico.

Macron durante il suo periodo al servizio dei Rothschild
La sua popolarità è ai minimi storici, e non ha certo aiutato l’esplosione dello scandalo pubblico che riguarda la sua controversa “consorte”.
Dopo l’indagine giornalistica di Natacha Rey e Xavier Poussard, ora i francesi sanno che il passato del presidente è pieno di ombre, a partire dai suoi primi anni al Liceo La Providence, dove la sua futura moglie, che già nei primi anni’90 aveva assunto la falsa identità di Brigitte Trogneux, abusò di lui a soli 14 anni.
Macron sembrava essere stato scelto già allora per una missione politica.
Al giovane studente di Amiens, si aprirono tutte le porte che per gli altri suoi coetanei erano saldamente sbarrate, come quelle della banca Rothschild, che ricorse ai suoi “servigi” nonostante fosse nota la sua incompetenza in materia finanziaria.
Dopo il periodo da consulente presso la famiglia dei banchieri originari di Francoforte, la carriera politica di Macron fu a dir poco fulminea, subito spianata dalla protezione di quello che si potrebbe definire il grande vecchio della politica francese, quale quel Jacques Attali che sussurra agli orecchi di tutti i presidente francesi dal 1980 in poi.
Macron doveva nell’idea di chi lo aveva concepito traghettare l’Unione europea verso il “sogno” del conte Kalergi, ovvero i cosiddetti Stati Uniti d’Europa che avrebbero dovuto essere uno dei pilastri di un sistema di governo globale autoritario.
Il protetto dei Rothschild ha però fallito miseramente.
Umiliato nei consessi pubblici da sua “moglie” Brigitte che ormai lo percuote pubblicamente, e incapace di superare il paradigma europeista che lo ha sempre contraddistinto, Emmanuel Macron si avvia verso la sua uscita di scena politica, rifiutato da una Francia ormai sempre più ostile a Bruxelles e all’immigrazione di massa che ha sostituito in diversi casi intere città e quartieri con questi nuovi “francesi” che non si sentono tali e odiano il “loro” nuovo Paese.
L’UE e le guerre etniche
Il multiculturalismo ha trascinato le società europee in una guerra etnica.
Ci sono i muri nelle città.
Ci sono da una parte gli immigrati che vivono come corpi separati e che disprezzano il Paese che li ospita e dall’altra i suoi abitanti “autoctoni”, gli europei, lasciati in balia delle guerre etniche, che stanno portando ultimamente ad una vera e propria caccia agli italiani e egli europei.

La rivolta contro gli immigrati a Belfast
C’è senza dubbio il razzismo, ma non contro l’immigrato, contro l’uomo bianco, odiato fortemente dall’universo progressista e dalle sue pubblicazioni come Repubblica che ormai non nasconde nemmeno più il suo odio verso l’italiano e l’europeo bianco.
Il bianco è dunque il vero nemico, la sua volontà di non cedere, di resistere e di non farsi cancellare da un criminale piano concepito da un aristocratico finanziato 100 anni prima dalla famiglia Rothschild.
La sfida oggi è tra questa oligarchia predatoria e i popoli che vogliono restare in piedi.
Il rigetto che affiora prepotentemente verso l’Unione in Francia e Germania, non poteva non esserci anche in l’Italia, il Paese più defraudato dall’Unione europea e dall’euro.
L’Italia aveva già in realtà maturato 14 anni orsono una profonda coscienza antieuro prima che questa fosse anestetizzata dai due falsi oppositori della Lega e del M5S, i guardiani del sistema.
Dopo 14 anni, quel dissenso, se possibile, è ancora più elevato, cementato da un’economia sempre più anemica, afflitta dalla deindustrializzazione e dalla perenne crisi del manifatturiero, senza che il solo turismo, che tra l’altro spesso occupa in larga parte immigrati, sia in grado di risollevare le sorti nazionali.
L’Unione è perciò chiaramente giunta al capolinea.
Nessuno in Europa la vuole, mentre fuori dal vecchio continente è guardata con sospetto e diffidenza da quelle potenze come Russia e Stati Uniti che la vedono come una mina vagante, una scheggia impazzita pronta ad una suicida guerra contro Mosca nella folle illusione di sventare la sua fine.

Vladimir Putin e Donald Trump
Bruxelles non è in grado di guardarsi dentro, e continua a cercare il colpevole fuori, individuato o nella fantomatica ingerenza russa oppure negli “estremisti nazionalisti” che chiedono il ritorno alla sovranità perduta.
Dello stesso difetto di legittimità soffrono i singoli sistemi politici delle democrazie liberali europee.
Le democrazie liberali hanno, per così dire, un difetto strutturale.
Non possono offrire risposte che non siano quelle che tutelino gli azionisti di maggioranza di tali apparati, su tutti gli oligarchi e le massonerie, ovvero gli stessi poteri oggi schierati a guardia del debole fortino comunitario.
Impossibile perciò separare il destino delle democrazie liberali da quello dell’Unione europea.
Il declino delle prime è il declino delle seconde e viceversa.
Cercare un “comodo” rifugio nella demonizzazione del dissenso contro l’UE, non farà che peggiorare le cose a solidificare il già ampio fronte anti-UE.
Le risposte non verranno certo dagli editoriali del grottesco Federico Fubini, che oggi si cimenta, a quanto pare, anche nella psicanalisi dei presidenti Trump e Putin.
La domanda che gli euristi alla Fubini rinchiusi nel bunker non si stanno ponendo è una sola.
Quale futuro offre l’UE agli europei, se non quello di una fantomatica guerra contro la Russia, che nella mente contorta degli euristi dovrebbe in qualche modo impedire il crollo della stessa UE?
Gii italiani e gli europei non hanno però alcuna intenzione di morire per Maastricht come scriveva Enrico Letta.
Vogliono invece che sia Maastricht a morire.
I tempi ormai sono più che maturi.
C’è a tutti gli effetti oggi una vasta coscienza europea contro l’Unione europea.
L’Unione europea è stata in grado di compiere una sorta di miracolo.
Ha unito gli europei nella guerra contro la dittatura di Bruxelles.
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