La storia proibita del’900: in Italia c’è il figlio segreto dello Shah di Persia e di Maria Gabriella di Savoia?

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07/07/2026

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di Cesare Sacchetti

Ci sono alcune storie così incredibili che a volte si può pensare che si è usciti dal confine della storia per essere approdati in quello della finzione letteraria.

Questa storia è certamente incredibile, ma non appartiene al campo dei romanzi o dei gialli che raccontano di intrighi politici internazionali e di trame oscure.

Questa storia è reale, ed è stata raccontata dal suo protagonista in più di un’occasione sui suoi siti, nei quali c’è molto materiale, ma gli organi di stampa, italiani ed esteri, si sono sempre voltati incredibilmente dall’altra parte, con la sola eccezione di un giornalista, Elvis Novelli, l’unico ad essersi interessato alla storia.

C’era per tutti gli altri, evidentemente, un ordine ben preciso, tassativo, che andava rispettato pur di impedire che determinate verità affiorassero in superficie.

Gli inizi: la stampa e le voci di matrimonio tra Reza Pahlavi e Maria Gabriella di Savoia

Il protagonista verrà introdotto a breve, ma ora si deve fare un passo indietro, agli inizi di questa storia, quando nel 1957, la stampa italiana ed internazionale inizia a parlare della storia d’amore tra il sovrano della Persia, lo Shah, Reza Pahlavi, allora 39enne, e la giovanissima 17enne Maria Gabriella di Savoia, figlia di Umberto II, il Re di maggio, che rinunciò al trono nonostante le gravi irregolarità del referendum del 2 giugno del 1946 pur di evitare una sanguinosa guerra civile in Italia.

Un giovane Mohammed Reza Pahlavi nel 1950 negli Stati Uniti

La stampa sapeva apparentemente di questa liaison sentimentale.

Il Corriere della Sera, ad esempio, ne dava conto nel suo inserto della Domenica del Corriere, nel quale viene raffigurata una vignetta dove lo Shah, Reza, avanzava la sua proposta di matrimonio alla giovane ragazza membro del casato dei Savoia, di fronte alla ex Regina madre, Maria Josè del Belgio.

L’illustrazione della Domenica del Corriere

Secondo il Corriere, la proposta di matrimonio sarebbe avvenuta a Merlinge, nel febbraio del 1959, ma altri quotidiani entrano ancora di più nel merito della questione.

Il noto quotidiano americano del New York Times, in particolare, descrive molto bene l’accaduto.

Nella Santa Sede, sapevano molto bene di questa presunta relazione della coppia, ma la cosa suscitava più di qualche preoccupazione e molti grattacapi alle gerarchie vaticane.

Secondo il New York Times, nel 1959 ci fu una sorta di votazione interna in Vaticano, alla quale presero parte presumibilmente diversi prelati, cardinali e anche lo stesso pontefice, che in quel tempo era l’ex patriarca di Venezia, Angelo Roncalli, divenuto Giovanni XXIII dopo un controverso conclave tenutosi nell’ottobre del 1958.

Giovanni XXIII

Il quotidiano americano però racconta di questa discussione interna non citando sue fonti dirette della Santa Sede, ma facendo riferimento al quotidiano ufficiale del Vaticano, L’Osservatore Romano, che avrebbe scritto di questa votazione in Vaticano dall’esito negativo.

La Chiesa era molto preoccupata che questo matrimonio potesse suscitare uno scandalo visto che avrebbe comportato l’unione tra una nobile cattolica di casa Savoia e un uomo, che sì era il Re della Persia, ma era anche un praticante musulmano, una circostanza che avrebbe eventualmente portato Maria Gabriella a convertirsi alla religione islamica e non lo Shah a divenire cattolico, e tale situazione avrebbe portato il Vaticano perciò a fare muro.

Josef: il figlio segreto della relazione reale?

Il protagonista di questa storia entra in scena proprio qui.

Lui viene al mondo a Teheran il 12 novembre del 1957, ma ancora oggi l’opinione pubblica italiana ed internazionale sa pochissimo di lui.

Il protagonista in questione sarebbe il figlio nato da questa relazione, ovvero Josef Reza Pahlavi Savoia.

Josef, come si diceva in precedenza, ha raccontato la sua incredibile storia attraverso la pubblicazione di diversi articoli, coscientemente ignorati dalla stampa mainstream che evidentemente si attiene ad ordini precisi.

Il piccolo Josef viene alla luce in quell’anno, e da quel momento la sua esistenza è stata consegnata, almeno ufficialmente, al segreto più assoluto.

Lo Shah evidentemente voleva fare il passo successivo e sposare la principessa Gabriella per riconoscere ufficialmente la nascita del tanto atteso figlio maschio primogenito che la mitica Soraya, la sua seconda moglie, non aveva potuto dargli per via della sua sterilità che le costò il ripudio del sovrano persiano.

Reza Pahlavi continuò a frequentare la Santa Sede anche dopo la nascita del piccolo Josef, tanto da essere ricevuto dal nuovo pontefice nel dicembre del 1958, Giovanni XXIII, informato sulla questione, ma evidentemente già restio allora a dare il consenso ad un matrimonio che avrebbe portato alla luce una situazione imbarazzante per il Vaticano e per i Savoia.

Josef così inizia la sua vita segreta, sospeso tra l’Italia e l’Iran, il Paese paterno nel quale si recherà più volte, ospitato nel palazzo reale di suo padre, mentre intanto assume una identità fittizia, quale quella di Ivano Tassone.

Lo Shah di Persia, vicino Josef/Ivano da bambino. La foto in questione è stata pubblicata da Repubblica nel 2001 in un servizio dedicato alla rivoluzione iraniana del’79

Il piccolo infatti viene affidato ad una famiglia piemontese originaria del piccolo paesino di Peveragno, cresciuto dal padre adottivo, Eugenio Tassone, e dalla madre, la maestra elementare, Luisa Garro, che lo cresce con amore ed effetto come se fosse il suo figlio naturale.

Josef così assume una doppia identità.

Quella pubblica di Ivano Tassone, e quella segreta di Josef Pahlavi Savoia.

Peveragno e le singolari visite di illustri ospiti

Peveragno diventa nel frattempo verso la fine degli anni’70 un crocevia dei segreti italiani e internazionali, e al tempo stesso diviene improvvisamente meta oggetto di importanti visite di ecclesiastici e politici dell’epoca.

Nel piccolo paesino piemontese iniziano a vedersi, tra la incredulità degli abitanti, personaggi del calibro del cardinal Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova – eletto almeno per tre volte dal citato conclave del 1958 prima di rinunciare sotto forti pressioni – il quale era evidentemente informato che Ivano Tassone era in realtà Josef Pahlavi Savoia, il figlio di quella relazione che doveva essere nascosta a tutti i costi.

Il cardinal Siri

A Peveragno, si vede anche il futuro presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, deputato della Democrazia Cristiana, e ministro negli anni precedenti di un governo di Giulio Andreotti, informato anche lui con ogni probabilità dell’illustre ospite che c’era in quella piccola e poco nota località.

Josef in quegli anni è stato anche ospite di un monastero di frati trappisti nei pressi di Vicoforte, non lontano da Peveragno, allora retto dall’abate padre Lino Ricchiuti, che all’inizio non sapeva nulla della storia di quel giovane irano-italiano.

Padre Lino inizialmente non credeva a Josef/Ivano, pensava che i suoi racconti fossero frutto di esagerazioni, ricostruzioni forse dettate da una fantasia troppo fervida, ma si è dovuto ricredere quando si è trovato davanti ai suoi occhi, per due volte, proprio Maria Gabriella di Savoia.

L’abate stesso lo confermerà in quegli anni quando cercherà di aiutare Josef a vedere riconosciuta la sua vera identità.

Ero io che diffondevo la realtà anche perché per aiutarlo ho dovuto riabilitare la persona, non stava dicendo bugie perché è figlio di Maria Gabriella di Savoia. Sì, lui è venuto da me dove ha trovato supporto sia spirituale che di comunione con persone oneste.”

Così si pronunciò padre Lino nel corso degli anni successivi, nei quali farà di tutto per informare la Santa Sede, già comunque informata, che a Peveragno c’era un uomo che chiedeva fosse fatta verità e giustizia per lui.

Il buon abate scrisse molte lettere indirizzate a diversi papi, ma non si muoverà molto, fino ad un episodio sul quale si dirà meglio in seguito, ma intanto Josef in quegli anni si trova ancora privo di riconoscimento.

Josef e la partita geopolitica

C’erano, e ci sono, chiaramente interessi enormi in ballo.

A Teheran, sul finire del 1979, la monarchia di suo padre cade, sostituita dalla teocrazia islamica che governa il Paese ancora oggi a distanza di 47 anni.

Reza lascia l’Iran, espatria negli Stati Uniti, dove morirà poco dopo, e da allora il principale sponsor di un ritorno della monarchia in Persia sarà Ciro, il figlio nato dal suo matrimonio con Farah Diba, anche se in quegli anni, Ciro era ancora riluttante a perorare questa causa fino a quando probabilmente non è stato dissuaso da quegli ambienti che desiderano ardentemente un golpe a Teheran.

Ciro è infatti appoggiato notoriamente dallo stato di Israele e dalla fondazione Alavi, fondata negli Stati Uniti nel 1978, nella quale ci sono molti fondi che spetterebbero di diritto a Josef, il suo primogenito.

Reza Ciro Pahlavi assieme ad Emanuele FIliberto di Savoia

Si parla di cifre enormi, centinaia di milioni di dollari, che avrebbero dovuto essere affidati al figlio “segreto” di Reza, ma che invece gli sono stati negati per tutta la vita.

Josef ha condotto invece una vita in semplicità, con pochi risparmi, grazie alle persone di buon cuore che lo hanno sostenuto, nonostante tutti i piani per estrometterlo dall’avere ciò che avrebbe dovuto essere suo.

Dalle banche dove erano parte dei suoi soldi, sono non di rado spariti soldi, prelevati all’insaputa sua e della madre adottiva che lo ha sempre assistito nella sua causa.

Josef descrive così ora la sua situazione attuale.

Sono letteralmente povero e in una situazione di bisogno. Posso vivere solo grazie all’ospitalità e all’amore di persone che mi hanno accolto e, ovviamente, hanno accertato chi sono nella realtà; mi amano e mi sostengono nel nome dell’unico Signore e della Madre di tutte le mamme. Due anni fa ho lasciato il mio lavoro, insegnante di scuola elementare, puntando decisamente a raggiungere ad ogni costo il riconoscimento della mia vera identità e, con essa, di tutti i miei diritti, anche quelli legati all’enorme patrimonio lasciatomi in eredità da mio padre Reza Palhavi; “Fondazione Palhavi” inclusa, l’intera proprietà ammonta da sola a qualche milione di miliardi di dollari. Sottolineo ancora che a questi capitali nessuno può legalmente avere accesso se non me stesso, né può farlo il mio fratellastro Ciro. Altre due cose da aggiungere, per me importanti. La prima: tante volte ho scritto, telefonato e conosciuto mia madre, la principessa Maria Gabriella di Savoia; ultimamente lei stessa è venuta a trovarmi dove sono ora. La seconda: ho già pubblicamente stabilito che, una volta riconosciuta la mia vera identità e con essa il mio diritto sul patrimonio legato alla mia persona, metà di esso sarà immediatamente destinato ai poveri di tutto il mondo e la restante metà alla mia morte.”

La sua lucidità è tale che lo porta a fare una analisi assolutamente veritiera della famiglia che non lo ha mai voluto, a partire da suo padre, Reza, giudicato come troppo interessato al suo benessere e non a quello del suo Paese, e di sua madre, Maria Gabriella, che, scrive Josef, non lo ha mai pubblicamente riconosciuto.

Il ramo Carignano della famiglia Savoia ha sempre avuto rapporti con Josef tanto da fargli dono di un timbro reale come segno di riconoscimento, seppur non pubblico, della sua appartenenza alla dinastia piemontese, ma tutto è rimasto sempre lontano dalla sfera pubblica.

Nel privato, la storia era nota, così come era noto che erano all’opera potenti ambienti, appartenenti al gruppo Bilderberg, secondo lo stesso Josef, che non volevano che questa verità fosse resa nota, così come non volevano che si sapesse che Ciro non è veramente il primo erede al trono lasciato da suo padre.

Ci sono stati per tali ragioni alcuni attentati contro la sua vita da parte con ogni probabilità di questi circoli che volevano eliminare tale “minaccia”.

Alcuni di questi sono stati segnalati anche alla questura di Cuneo, senza però che ci fosse mai qualche seguito alla denunce presentate.

Padre Lino raccontò in passato anche delle manovre eseguite da certi ambienti della massoneria ecclesiastica in Vaticano che non hanno voluto aiutare Josef, ma piuttosto coloro che volevano cancellare la sua esistenza e fare in modo che non avesse accesso ai suoi conti in Svizzera, dove ci sono intestate a suo nome enormi somme di denaro.

Le battaglie legali per accertare la verità

Josef, nonostante tutto, non si è dato per vinto.

Ha iniziato una battaglia legale che lo ha portato di fronte al tribunale di Strasburgo e nelle aule della giustizia italiana, dove, la corte d’Appello di Roma, ha riconosciuto il suo diritto a risalire alla sua vera identità.

Ad assisterlo di fronte alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è l’avvocato Paola Di Meglio che presenterà così il ricorso.

Esistono prove documentali certe della vera identità di Pahlevi Savoia Garro, nato a Teheran (Persia) il novembre 1957, figlio dello Scià Reza Pahlevi e Maria Gabriella di Savoia. Dopo la sua nascita fu costruita una falsa identità, quella di Tassone Ivano, e fu privato di tutti i suoi diritti, quelli dinastici, patrimoniali e perfino tutti i fondamentali diritti umani. E’ tuttora vessato con ogni sorta di razzismo, pressioni psicologiche e imposizioni ingiuste ed illegittime , anche sul luogo di lavoro. I suoi veri natali sono di pubblico dominio e gli uffici dell’Anagrafe comunale hanno continuato a certificare il falso. Gli Uffici finanziari sono stati strumento importante per il “dirottamento” dei suoi capitali su capitoli di comodo ove ancora adesso attingono gli stessi che lo hanno privato dei suoi diritti più elementari. Gli Uffici dell’Anagrafe e quelli Finanziari gli hanno sempre negato ogni accesso ai suoi dati, rifiutandogli anche i certificati. Addirittura, l’Anagrafe di Cuneo in presenza di testimoni ha sostenuto Tassone Ivano essere “soggetto inesistente”. Si era rivolto alla Procura di Mondovì che ha archiviato il caso, non rilevando alcuna anomalia negli atti, pur avendo riscontrato la veridicità delle affermazioni del ricorrente e la corrispondenza dei dati anagrafici, ovvero essere la stessa persona Tassone Ivano e Pahlevi Savoia Garro.”

Ci sarebbe stata così una opera congiunta da parte di alcune istituzioni per non far emergere la verità, tra le quali quella della citata procura di Mondovì.

Nel marzo del 2000, Ivano viene infatti convocato dal procuratore capo, Riccardo Bausone, per accertare la identità dell’allora 43enne irano-italiano.

La procura archivierà l’inchiesta dopo il febbraio del 2001 senza però apparentemente contestare l’autenticità dei documenti presentati da Josef/Ivano per dimostrare la sua vera identità.

Secondo quanto scrive il figlio di Reza, il DNA della madre, Gabriella, è stato reso noto nel corso di un procedimento giudiziario in Francia, e da un confronto con il suo sarebbe emerso che lui è il figlio della terza figlia di Re Umberto.

La giustizia italiana non si è mai spinta oltre però.

Non ha portato le richieste di Josef laddove avrebbero dovuto essere portate, ovvero verso quei test genetici che potrebbero una buona volta mettere la parola fine a questa lunga odissea, e dargli il diritto al suo nome, alla sua identità e a ciò che è suo.

L’incontro programmato e sfumato con Benedetto XVI

Nel 2007, sembra aprirsi uno spiraglio.

Padre Lino continua ad inviare la sua corrispondenza ad ogni pontefice regnante, e stavolta è il turno di Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger.

Benedetto XVI

Ratzinger fa chiamare a Roma Josef e un suo fidato amico, Carlo Filippi, che lo conosce dagli anni’90, da quando ha iniziato a frequentare il monastero di Vicoforte per dei ritiri spirituali.

Josef e Carlo arrivano così a Roma, stanno diversi giorni nella Capitale, e attendono di essere chiamati a parlare con il Santo Padre, fino a quando un prelato si fa avanti verso di loro in attesa in piazza San Pietro per informarli che Benedetto non poteva riceverli.

C’erano state forse delle pressioni o dei ripensamenti da parte di Ratzinger che decise di fare un passo indietro per non rendere ufficiale l’interesse della Santa Sede per Josef, pena la possibilità che questa storia potesse diventare di dominio pubblico, arrecando non poco danno a quei poteri che hanno fatto di tutto per seppellirla.

Francesco è stato l’ultimo pontefice che ha ricevuto una lettera privata nella quale si raccontava la storia di Josef Pahlavi Savoia, ma Bergoglio non fece nulla al riguardo.

Scelse anche lui la via del silenzio e dell’oscuramento della verità.

Josef oggi ha 68 anni, vive ancora a Peveragno, circondato dai suoi amici più cari e spera di poter finalmente arrivare a dimostrare la sua identità.

Josef spera che gli venga data quello che gli è stato negato per quasi 70 anni.

Dalla magistratura italiana non c’è da aspettarsi granché, vista la sua omertà nel voler far rispettare i suoi diritti.

Si spera che ora la Chiesa Cattolica possa finalmente aiutare Josef.

C’è un uomo al quale è stato negato il diritto alla verità, ma non è ancora troppo tardi per fare giustizia.

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10 Commenti

  1. Sara

    SONO ESTERREFATTA.

    Davvero non so cosa dire ….
    Con stima,
    Sara

    Rispondi
  2. Jonas Harbinger

    Papà Leone non è asservito ai soliti noti per cui speriamo che la verità, finalmente, esca fuori e faccia il suo giusto corso.

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  3. Isabel.

    Buongiorno, Cesare. Sono sorpresa da questa storia controversa che hai riportato alla luce dalle ceneri del silenzio. In realtà, chi incarna monarchie o teocrazie devono sempre custodire certi segreti che, se venissero rivelati, condannerebbero non solo loro, ma tutti i soggetti coinvolti. Pretendere che le istituzioni, sia religiose che laiche, facciano luce su queste questioni è come aspettare che da un melo crescano delle pere. Un grande saluto per te da Mendoza, Argentina.

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  4. RED

    La Magistratura Italiana: una cloaca massima .

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  5. Alessandro

    Mi sembra che la cosa possa inserirsi nel contesto della preparazione al ritorno dell’ordine, cioè delle monarchie europee e mondiali, già preconizzato in un suo precedente articolo. Speriamo e preghiamo per questo.

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  6. Roberto Calcagno

    Buongiorno Cesare. Io e mia moglie la seguiamo da sempre, ma non siamo soliti commentare. Questa volta però, la notizia, ci tocca da vicino. Abitiamo nella zona di Vicoforte, nella cui basilica sono sepolti re Vittorio Emanuele III e la regina Elena di Savoia, siamo quindi anche abbastanza vicini a Peveragno . In passato abbiamo frequentato, in modo piuttosto regolare, il monastero dei frati trappisti ed eravamo in ottime relazioni con padre Lino. Il procuratore Bausone ed i figli erano nostri clienti in palestra ed il primogenito era allievo di mia moglie alle scuole superiori. Mai avremmo immaginato un simile scenario. Questo spiega anche il fatto che, uno zio di mia cognata, ex graduato delle forze speciali, ci diceva spesso che, a Peveragno, c’era una tenuta nella quale si incontravano elementi di spicco della politica e della chiesa italiana . Il dubbio che mi sorge, e chiedo quindi un suo parere, in quanto lei è, per noi, una delle fonti più attendibili della vera informazione, è che, data l’attuale instabilità in Iran, è possibile che a Josef venga riconosciuta la carica che si merita con tutto ciò che ne conseguirà ? Colgo l’occasione per ringraziarla per quanto ci comunica costantemente, per l’impegno nel diffondere la vera informazione e per il fatto di esporsi e rischiare in prima persona. Grazie di cuore, anche da parte di mia moglie Mirella. Roberto Calcagno

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    • La Cruna dell'Ago

      Ciao Roberto, innanzitutto grazie a entrambi per la stima e per questo importante retroscena. Questa è un’altra conferma che le élite sanno benissimo che Josef vive lì e chi è, come confermato anche dalle vostre fonti. Non saprei dirvi davvero se Josef avrà la carica che si merita, ma da quel che ha scritto, a lui non interessa tanto questo, quanto avere intanto diritto a vedere riconosciuta la sua identità. Ha vissuto per quasi 68 anni senza avere diritto al suo nome, perseguitato e privo delle risorse che gli avrebbero sicuramente garantito una vita molto più facile, ma non per questo ha perduto la fede. Un’ultima considerazione finale, ma credo che già lo sappiate: gli ambienti che vogliono la restaurazione della monarchia in Iran con Ciro Pahlavi, sono gli stessi che non vogliono che si sappia di Josef e che lo considerano come una minaccia. Un caro saluto e a presto.

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