di Cesare Sacchetti Nel mezzo della seconda guerra mondiale, in Italia c’era una diffusa aria di...
La storia della Banda della Magliana: la gang dei servizi e della massoneria
di Cesare Sacchetti
A Roma, tra la fine degli anni’60 e i primi anni’70, si respirava ancora un’aria di “innocenza” nei giri della malavita locale.
I fatti violenti nella città non erano ancora divenuti all’ordine del giorno, le armi c’erano, ma non nella quantità e nella disponibilità degli anni a venire.
Il malavitoso romano era ancora legato a vecchi schemi, codici non scritti che non prevedevano la sparatoria per risolvere le tensioni, ma soprattutto la Capitale ancora non era divenuta una metropoli strategica per il crimine italiano.
Verso la metà degli anni’70, a farla da padrone erano i gangster noti come i marsigliesi, capeggiati allora da personaggi come Albert Bergamelli.

Al centro, Albert Bergamelli
Di loro si era già parlato negli Stati Uniti, quando il famoso regista William Friedkin diresse la sua opera prima “The French Connection”, tradotto in italiano con il titolo “Il braccio violento della legge”, dove si narra appunto di un traffico di droga tra la Francia e gli Stati Uniti.
La droga cambia veramente tutto.
Nelle metropoli italiane, quell’aria di spensieratezza portata dal boom economico si dissolve a poco a poco, perché la rivoluzione marxista del’68, ideata in vitro dai filosofi tedeschi di origine ebraica della scuola di Francoforte, stava già facendo nascere un mondo nuovo, abbrutito, diverso rispetto al passato, e soprattutto svuotato dei tradizionali valori cattolici del Belpaese.
Sulle strade inizia a fare la sua comparsa una droga nuova, già diffusa negli Stati Uniti, il vero fulcro del traffico ordinato dalla CIA, quale l’eroina che ancora non era esplosa come negli anni successivi.
A Roma, c’erano appunto i marsigliesi, ma il loro regno è effimero e dura poco.
La Banda della Magliana: gli inizi
Altri uomini si fanno avanti, ambiziosi, duri, determinati e con molta voglia di salire al vertice, presi dalla fama di potere che domina i vari aspiranti boss.
Sono gli uomini della famigerata banda della Magliana.
Secondo la narrazione che viene fatta della storia della banda, tutto sarebbe nato dalla casualità, ovvero da un incontro fortuito tra uno dei primi boss del gruppo criminale, Franco Giuseppucci, detto er negro, per via del suo colorito scuro, che, dopo aver stretto un sodalizio con un altro importante membro, Enrico “Renatino” De Pedis, detto “bambolotto” per la sua ricercatezza nel vestire, subisce il furto della sua auto carica di armi che De Pedis gli aveva dato in affidamento.
Giuseppucci era uno che conosceva un po’ tutti, e fa presto a ritrovare la sua auto rubata, finita a Maurizio Abbatino, detto “crispino” per i suoi capelli ricci, uomo dalla grande freddezza e determinazione negli atti criminali.

Franco Giuseppucci
Abbatino in quell’occasione coglie perciò la palla al balzo e suggerisce a Franco di mettersi insieme, di dar vita ad una cosiddetta “batteria” che nel gergo criminale romano sta a significare una unione di gruppi criminali su varie zone, che in quel caso erano la Magliana, territorio di Crispino, e di Testaccio e Trastevere, i territori di bambolotto e del negro.
Alla banda si aggiungono presto altri elementi, in particolare Nicolino Selis, operativo ad Acilia ed Ostia, e vicinissimo a Raffaele Cutolo, il boss della Nuova Camorra Organizzata, la NCO.
L’anno è il 1976, e il gruppo tenta l’anno successivo il grande salto con il sequestro del duca Grazioli, finito con la morte del malcapitato nobile romano, senza però impedire alla banda di incassare i due miliardi del sequestro.
Secondo le cronache che sono giunte dalla storia della banda, e dai resoconti dei loro pentiti, il sequestro è l’evento che consente al gruppo di finanziare le proprie attività e di espandersi, ma nel 1978, il gruppo di Giuseppucci era già al centro di trame eversive e massoniche di altissimo livello.
La Magliana e il sequestro di Aldo Moro
A marzo del 1978, lo si vide appieno nel corso del sequestro dell’onorevole Aldo Moro, prelevato a via Fani, attraverso una studiatissima operazione militare molto al di là delle reali possibilità delle Brigate Rosse, che non rivelarono nemmeno le identità di tutti i membri del commando, quasi certamente non brigatisti, ma militari o paramilitari appartenenti alla rete clandestina di Gladio, l’esercito illegale della NATO, coinvolto negli atti di sangue della strategia della tensione.
Moro viene prelevato, portato in un luogo che, a detta dello stesso avvocato della DC, Pino De Gori, sarebbe stato sin dal principio il ghetto ebraico, a suggerire che a ordinare quell’operazione erano stati gli Stati Uniti di Kissinger, schierato saldamente al fianco della lobby israeliana, allora la vera detentrice del potere in America.
Alcuni politici si attivano, e si rivolgono proprio alla banda della Magliana, che già allora era ben strutturata e con delle entrature di alto rango proprio tra quegli ambienti che vollero il sequestro dell’onorevole della DC.
Il ruolo della banda è sin da subito quello di intorbidire le acque, quando venne chiesto da apparati dei servizi al falsario al servizio del gruppo criminale, Tony Chichiarelli, di scrivere il famigerato falso comunicato del lago della Duchessa, secondo il quale Moro sarebbe stato ucciso e portato in un luogo dove nemmeno poteva essere adagiato, visto che lo specchio d’acqua rietino nell’aprile dell’78 era ancora ricoperto di ghiaccio.

Tony Chichiarelli
Una provocazione certamente, ma più che altro un messaggio di certi ambienti dei servizi ad accelerare la “pratica”, a far sì che l’onorevole così scomodo alla politica atlantica e sionista di Kissinger, fosse eliminato il prima possibile.
La Magliana era già lì, ad assistere gli ambienti della NATO e di Gladio nell’operazione, e pensare che il salto da batteria di strada a gruppo eversivo integrato nelle trame della strategia della tensione non sia stato frutto solo della spietatezza di questi criminali, ma anche, o soprattutto, di un reclutamento da parte dei servizi e dei circoli atlantici che avevano bisogno di unificare il controllo della criminalità nella Capitale, appare piuttosto logico.
Il deposito di armi della Magliana al ministero della Salute
Ne sono riprova anche le entrature massoniche della banda che già disponeva di un arsenale di armi nel luogo sulla carta più impensabile, ovvero il ministero della Salute a via Liszt, nel residenziale quartiere dell’EUR, gioiello dell’architettura razionalista di Marcello Piacentini.
Quell’arsenale è uno dei buchi neri della repubblica di Cassibile.
Da lì, escono le armi che uomini dei servizi come il generale Musumeci e il colonnello Belmonte, useranno per dare vita ad un depistaggio per sviare le indagini sulla strage di Bologna, una strage, secondo la debole verità processuale, attribuita al terrorismo “neofascista” dei NAR di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, nonostante Fioravanti fosse inquilino di un luogo alquanto insolito.
Fioravanti a Roma infatti viveva nel famigerato condominio di via Gradoli, laddove fu scoperto il covo delle BR di Mario Moretti, il quale, come il terrorista nero dei NAR, scelse un edificio dove larga parte degli appartamenti erano intestati a società di comodo dei servizi segreti italiani, in particolare l’ex SISDE.

Via Gradoli
Via Gradoli è un altro di quei buchi neri di Cassibile, nel quale si andavano a incrociare le strade di terroristi che in teoria avrebbero dovuto essere su sponde opposte, e che entrambi abitavano sotto il tetto di quegli ambienti che sulla carta avrebbero dovuto dargli la caccia.
Il terrorismo perciò non è stato, chiaramente, un fenomeno spontaneo, naturale, come vuole dare a credere l’ingenua, o viziata, narrazione delle ribellioni giovanili sorte dopo il’68, ma un mondo ben regolamento e soprattutto ben infiltrato dai servizi atlantici che, semmai videro qualche sporadico movimento terroristico, ci misero ben poco a portare i gruppi rossi e neri sotto la loro direzione e regia.
Musumeci e Belmonte erano uomini che venivano da questa zona d’ombra nella quale la loggia massonica P2, affiliata al Grande Oriente d’Italia sin dagli inizi della storia della massoneria italiana, si serviva di tutti i suoi iscritti per attuare la strategia atlantica che lo stato profondo di Washington voleva eseguire in Italia.
C’era l’esigenza di mantenere l’Italia nel recinto della NATO, e la P2 si muoveva per tali scopi e tali fini, sotto la costante egida della intelligence americana e della CIA che di fatto manovrava a fondo i gangli vitali della Prima Repubblica.
I due militari infedeli quando eseguono il depistaggio sulla strage di Bologna lo fanno piazzando dell’esplosivo sul treno Taranto-Milano del 1981, e quell’esplosivo esce proprio dal deposito del ministero della Salute di cui disponeva la banda della Magliana.
Pecorelli ucciso da sicari della Banda?
Dallo stesso deposito risultano essere usciti i proiettili che uccisero il giornalista, a sua volta piduista, Mino Pecorelli, che attraverso le sue pubblicazioni sulla rivista OP, Osservatorio Politico, aveva iniziato a rivelare i retroscena del potere, quelli in particolare che irritavano di più il Patto Atlantico.
Pecorelli aveva già pubblicato degli scoop clamorosi sulla sua rivista, tra i quali quello che conteneva la lista dei vari prelati membri della cosiddetta massoneria ecclesiastica, la quinta colonna della libera muratoria che si era pazientemente infiltrata nella Chiesa, almeno dall’inizio dell’900.
Il giornalista aveva già fatto appello a Papa Giovanni Paolo I affinché facesse luce e intervenisse su quella infiltrazione, ma Papa Luciani non fece in tempo a fare nulla, stroncato da un mai chiarito “malore”, propiziato, secondo diverse fonti, da un avvelenamento ordinato dall’allora segretario di Stato, Jean Marie Villot, presente nella lista di Pecorelli, e del famigerato monsignor Paul Marcinkus, il presidente dell’Istituto per le Opere di Religione, trasformato sotto la sua direzione in un centro di riciclaggio di denaro sporco, anche lui tra i nomi della massoneria ecclesiastica.
La Magliana era lì che lavava i soldi, nella banca di Santa Romana Chiesa, attraverso le entrature del piduista Roberto Calvi, ucciso a Londra attraverso l’inscenamento di un falso suicidio, del solito Licio Gelli e del potentissimo boss mafioso Pippo Calò, anche lui sempre presente nelle trame oscure dei servizi e della massoneria.
Pecorelli però dopo il sequestro di Moro stava arrivando dove pochissimi altri avrebbero osato arrivare.

Mino Pecorelli
Sulla sua rivista aveva annunciato rivelazioni sensazionali relative al caso dell’omicidio del presidente della DC, ma non fece in tempo a rivelarle perché il 20 marzo del 1979 venne freddato a colpi di calibro 7,65 da dei sicari che lo stavano pedinando da tempo.
I sicari volevano recuperare del materiale compromettente che il giornalista si apprestava a pubblicare, e a pochi mesi di distanza, quando Chichiarelli, evidentemente ancora non ricompensato dai suoi mandanti, fa ritrovare il suo borsello su un taxi, dove ci sono diversi oggetti che rimandano al sequestro di Aldo Moro, tra i quali gli appunti degli uomini che uccisero Pecorelli e che scrivevano che non tutto il materiale che portava il giornalista era completo.
In quegli appunti, sembrano esserci dei chiari riferimenti al memoriale di Aldo Moro, il documento scritto dal presidente della DC, che conteneva diversi segreti della NATO, e che non venne mai ritrovato nella sua versione integrale.
Pecorelli era stato ucciso da dei sicari che utilizzarono il citato calibro di una marca di proiettili a dir poco rarissima, ovvero la francese Gevelot.
Quei proiettili non erano sul mercato legale italiano.
Erano pressoché introvabili poiché prodotti da una fabbrica che riforniva i servizi segreti, il famigerato SDECE, coinvolto in diverse operazioni clandestine, in particolare quelle eseguite contro i testimoni dell’abbattimento del DC 9 dell’Itavia.
La Banda della Magliana aveva però quei proiettili.
Li custodiva nel suo deposito, segno che quello della originale batteria era un gioco molto più grande del negro, di crispino, del sorcio e degli altri grotteschi soprannomi affibbiati ai delinquenti di strada dei vari quartieri romani.
Renatino De Pedis e la sepoltura “regale” a Sant’Apollinare
La banda non nacque perciò quasi certamente dal basso, ma dall’alto.
Nel giro di poco tempo si espande ancora di più, e mette le mani sugli enormi profitti del mercato della droga, allora dominato in larga parte dalla citata eroina, distribuita a tutti i ceti sociali, mentre la cocaina era ancora di esclusivo dominio delle classi più ricche.
Roma viene così invasa da un fiume di droga, intere generazioni iniziano a diventare schiave dell’eroina, contro la quale, almeno allora, c’erano poche difese.
Nella banda iniziano però a sorgere contrasti e ambizioni che non riescono più a convivere insieme come prima.
Nicolino Selis, il gestore della zona di Ostia, vuole per sé la ricca torta dello spaccio sul litorale, un mercato che faceva gola a molti per le sue potenzialità di profitto.
Gli altri componenti della banda non gradiscono le sue rivalse e lo fanno eliminare, dopo che il gruppo aveva perso quello che non si può definire come il suo vero e proprio leader, ma certamente come il suo membro più carismatico, Franco Giuseppucci.
Giuseppucci era stato ucciso nel settembre del 1980 dalla famiglia Proietti che voleva punire il boss romano per aver ucciso due anni prima Franco Nicolini, detto Franchino er criminale, vero e proprio signore delle scommesse clandestine.
Sono i primi segni di disgregazione della banda che negli anni’80 continuerà però a mantenere rapporti “eccellenti”, in particolare con gli ambienti più controversi del Vaticano.
E’ il caso di Enrico De Pedis che a differenza degli altri membri della banda cerca quasi un posto al sole nell’economia legale attraverso l’acquisto di numerosissime attività commerciali nel centro di Roma, intestate ai vari parenti, alcuni dei quali ancora oggi probabilmente proprietari di quei locali, senza mai dimenticare i contatti nella Santa Sede.
Renatino resta folgorato dalla basilica di Sant’Apollinare a piazza Navona, nel centro storico di Roma, dove esprime il desiderio di essere sepolto, esaudito poi da due suoi strettissimi contatti, quali monsignor Pietro Vergari e il cardinal vicario di Roma, Ugo Poletti.

La tomba di Enrico De Pedis a Sant’Apollinare
I due prelati descrivono De Pedis come una sorta di “benefattore dei poveri”, quasi “dimentichi” che l’uomo era uno spietato criminale, ma forse tale amicizia ha a che vedere con il fatto che sia Vergari che Poletti risultano essere presenti nella famigerata lista della massoneria ecclesiastica pubblicata da Pecorelli, con tanto di numero di matricola per entrambi, rispettivamente 3241-6 e 32-1425.
La lista però dopo la morte di Papa Luciani cadde nel vuoto.
Nessuno pontefice se ne interessò più, anche se probabilmente i massoni sotto mentite spoglie nella Chiesa sono più dei 121 presenti in quella lista.
De Pedis intanto capisce che è ora di cambiare aria perché i dissapori nella banda sono ingestibili, ma non fa in tempo perché viene freddato anche lui nel febbraio del 1990.
La storia della banda ufficialmente si chiude in quel decennio, tra pentimenti di alcuni suoi membri, e con tutti i suoi misteri e i suoi contatti nella massoneria, nei servizi e in Vaticano appena sfiorati.
La Magliana potrà essere anche uscita di scena, sostituita da altri nomi come quelli dei Casamonica o di boss della Ndrangheta, ma la struttura che governa la malavita composta dall’intelligence, dalle logge e dagli ambienti atlantici è la medesima.
La repubblica di Cassibile è stata fondata su questa corrotta triade.
Una triade oggi molto indebolita, visti i cambiamenti politici internazionali, soprattutto quelli a Washington.
La Banda della Magliana resta comunque un’altra pagina di storia ancora tutta da scrivere e da raccontare.
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Buongiorno, Cesare. Sono sempre grata per le preziose informazioni che condividete sugli argomenti trattati nei tuoI eccellenti lavori di ricerca. Va da sé che, dopo leggerti, mi sento arricchita dalle informazioni che diffondete. Grazie alle mie radici italiane, apprezzo tutto ciò che riguarda la storia d’Italia. Un cordiale saluto dalla mia patria.
Grazie mille, Isabel. Un saluto e a presto.
Ci sono tante inesattezze…Sono fatto recenti e poi ,venivano dalla strada no ,come ha scritto lei ,dall’alto ma anche se criminali erano Uomini di parola. ….pensiero alternativo e affermativo non replicabile .
Non ho scritto che venivano dall’altro, ho scritto che furono reclutati dall’alto. Credo che tu non abbia molto capito l’articolo…Addirittura sembri esprimere della ammirazione per questi delinquenti..
Certo che a rovistare nel passato ne esce un pattume rivoltante di questa mefitica italia. Però mi chiedo quanti di quelli nominati è stato messo a tacere per sempre a parte le morti naturali?
In certi ambienti la morte naturale è possibile, ma è un evento raro.
…poi dopo 30 anni l’editore anglo-statunitense produce una serie dove sembrano dei paciocconi che rubano ai ricchi per dare ai poveri.
Circa venti anni fa si era sospettato che la Banda della Magliana fosse coinvolta nel caso Orlandi.
Indubbiamente le testimonianze della fidanzata dell’epoca di De Pedis erano carenti, anche perché la testimone consumava abbondanti stupefacenti durante gli anni ’80, quindi ha ricordi confusi e non sempre attendibili.
L’indagine è poi finita archiviata nonostante i parecchi imbarazzi di Mons. Vergari.
Bellissimo articolo come del resto tutti gli articoli sempre interessanti,
Ne approfitto per metterlo qui non centra col testo che ho letto sopra, ma mi chiedevo e chiedo a voi c’è qualcosa sulla strage di Ustica?
io l’altro giorno ho visto un film che si chiama muro di gomma di Mario Risi fatto egregiamente bene e vorrei sapere se si sa di più e la vera verità che ancora in parte non si vuole dire chissà per quale motivo vero??? se si sarò ben lieto di approfondire questo fatto storico italiano.
Infine vi chiedo questo per mia curiosità personale sapete qualcosa di più sulla seconda guerra mondiale se non erro (da come mi hanno detto) nel 1943 su Maletto in provincia di Catania? cerco fonti storiche immagini video o link dove si parla magari con un ottima analisi il che non guasterebbe giusto?
In caso potete rispondermi qui o nella mia email: mika.eric@alice.it
Ricordiamoci e ricordo a tutti che ci hanno ingannato sempre su tutto indi per cui se volete conoscere la vera verità non resta che indagare saper bene approfondire e andare controcorrente anche se questo so che non è sempre facile ma fa parte del gioco se così si può dire,con questo passo e chiudo, buona vita e buona estate a tutti voi.